Scienza

I super batteri resistenti agli antibiotici fanno paura anche in Italia

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I super batteri che resistono all’azione degli antibiotici stanno diventando un problema allarmante, se non una vera e propria emergenza sanitaria, in particolare nel nostro Paese. I dati forniti dall’Ecdc, il Centro europeo per il controllo delle malattie, parlano chiaro. I decessi nel mondo a causa dei batteri resistenti agli antibiotici sono 700mila all’anno. In Europa siamo a 33mila morti. Mentre in Italia i numeri lievitano in modo impressionante: 10mila decessi l’anno. Il nostro è dunque il Paese che registra la più alta mortalità per infezioni antibiotico resistenti, concausa di altri 49mila decessi.

Antibiotici, vittime e paradossi

Chi sono le vittime? In gran parte pazienti di età compresa tra i 65 e gli 85 anni. E poi altri soggetti deboli, come bambini e persone affette da malattie croniche; pazienti sottoposti a trapianto d’organo o a cure oncologiche; soggetti in terapia intensiva o che hanno subito interventi chirurgici importanti. Il paradosso è che le persone si ammalano più facilmente nei luoghi di cura. Gli ospedali rappresentano infatti gli ambienti principali dove si trasmettono le infezioni batteriche. La perdita di efficacia degli antibiotici è poi collegata all’eccessivo utilizzo di questi farmaci negli ospedali. Una cattiva abitudine terapeutica diffusa anche tra i medici di base che li prescrivono ancora in maniera altrettanto eccessiva. Così l’utilizzo diffuso e scorretto degli antibiotici genera batteri resistenti che si propagano di continuo.

Super batteri al 2050

L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), prevede che le infezioni da antibiotico resistenza diventeranno la prima causa di morte a livello planetario entro il 2050. In trent’anni le vittime arriveranno a 10 milioni, superiori alle odierne morti per cancro. Nello stesso periodo, secondo i dati dell’Ecdc, le persone che in Europa potrebbero perdere la vita per i super batteri resistenti agli antibiotici sarebbero 392mila. E in Italia? Il trend è altrettanto spaventoso: 120mila morti.

Secondo gli esperti solo il 50% delle infezioni si potrebbero prevenire. Per il resto servono nuovi farmaci. “Stiamo esaurendo le opzioni”, ha affermato Hanan Balkhy, vicedirettore generale dell’Oms. Quindi, “è importante concentrare gli investimenti pubblici e privati sullo sviluppo di trattamenti efficaci contro i batteri altamente resistenti”.

Antibiotici: le soluzioni

Grazie a nuovi antibiotici si potrebbero salvare migliaia di vite anche solo guardando all’Italia. Lo spiega su quotidianosanità.it Matteo Bassetti, presidente della Società italiana di terapia antinfettiva (Sita), ordinario di Malattie infettive dell’Università di Genova e direttore Clinica malattie infettive dell’Ospedale Policlinico San Martino – Irccs del capoluogo ligure. “Già oggi, utilizzando al meglio e più precocemente i farmaci più innovativi, alcuni già esistenti e altri in fase di approvazione, si potrebbe ridurre di un terzo la mortalità da super batteri nel nostro Paese”, sottolinea l’esperto.

Per esempio, prosegue Bassetti, “nel caso di Klebsiella pneumoniae, uno dei più frequenti batteri isolati in infezioni del sangue, dei polmoni e delle vie urinarie, recenti studi hanno evidenziato che i nuovi antibiotici hanno diminuito drasticamente la mortalità, che è scesa dal 50-55% al 10-15 %”. Una riduzione “di circa un terzo che, rapportata ai 10mila morti l’anno in Italia , equivalgono a 3mila morti in meno”. Ma per ora, ha segnalato il presidente di Sita, “sono solo 12 al mondo le nuove molecole in fase avanzata di sviluppo clinico in antibioticoterapia a fronte delle oltre 700 in oncologia”.

Potenziare la ricerca

Per contrastare i batteri multiresistenti, secondo l’esperto è dunque necessario potenziare la ricerca. “E incentivare l’utilizzo di nuovi antibiotici, veri salvavita come gli antitumorali, superando il paradosso di non curare un’infezione oggi per timore che diventi più grave o meno curabile domani. Se le aziende farmaceutiche non investiranno più in ricerca e sviluppo di nuovi antibiotici, vi è il rischio di un ritorno in epoca pre-antibiotica. Con la comparsa di ceppi batterici sui quali nessun antibiotico funziona più”.

Fare ricerca per individuare nuovi farmaci e valorizzare gli antibiotici innovativi ha un peso notevole anche da un altro punto di vista. Inseriti all’interno di schemi terapeutici adeguati, consentono “di proteggere gli sforzi e gli investimenti fatti a sostegno della salute del paziente con enormi risparmi di risorse”. Ma il tempo stringe, conclude Bassetti. Perché “se non interveniamo in maniera decisa, coinvolgendo le istituzioni e il sistema sanitario in tutti i suoi gangli al pari della società civile, come le aziende farmaceutiche che scoprono e producono nuovi antibiotici, il futuro sarà sempre più nero”.

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