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Micro imprese: prestiti in calo e c’è allarme sul decreto crescita

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Micro imprese sempre più in difficoltà. I prestiti sono diventati merce molto rara. E l’entrata in vigore del decreto crescita le penalizza sotto il profilo della concorrenza con le aziende più grandi. Problemi non da poco, segnalati dalla Cgia di Mestre. Perché nel nostro Paese le aziende con meno di 20 addetti sono il 98% del totale. E danno lavoro a circa 8 milioni di persone. Un numero di occupati pari al 56,4% degli addetti totali del settore privato.

Micro imprese: prestiti in calo

Partiamo dal quadro creditizio. A Mestre si evidenzia come anche nel mese di marzo di quest’anno i finanziamenti bancari siano scesi del 2,3% rispetto allo stesso periodo del 2018; un trend negativo che per le micro imprese dura ormai da 7 anni.

“Dal 2012, come sottolinea la Banca d’Italia nella sua ultima Relazione annuale, il volume dei prestiti alle aziende con meno di 20 addetti è sceso costantemente”, afferma Paolo Zabeo, coordinatore dell’ufficio studi di Cgia. “Un risultato che solo in parte è riconducibile alla qualità della domanda e al livello di rischiosità di questi soggetti. Anche a parità di rischio, infatti, i tassi di interesse applicati alle imprese minori sono in media superiori di 300 punti base di quelli pretesi alle aziende di grandi dimensioni. Diversamente, si sono pressoché annullate le differenze tra gli interessi richiesti alle micro aziende maggiormente vulnerabili rispetto a quelle affidabili”.

Banche sotto accusa

Secondo i vertici dell’associazione mestrina, la condotta degli istituti di credito lascia trasparire una volontà ben precisa. “Quando una micro impresa si rivolge ad una banca per ottenere un finanziamento, nella stragrande maggioranza dei casi quest’ultimo ha una dimensione economica molto contenuta”, premette Renato Mason, segretario della Cgia. Ma “se in prima battuta sembra una richiesta facilmente solvibile, successivamente si scopre che per redigere l’istruttoria ed erogare il prestito gli istituti di credito devono assumersi dei costi fissi molto elevati”. E sono costi “che riducono al minimo i margini di profitto di questa operazione. Questa è la ragione che ha spinto molte banche, soprattutto di livello nazionale, a chiudere i rubinetti del credito alle micro aziende”. E senza liquidità, sottolinea Mason, “molti artigiani e altrettanti piccoli imprenditori si sono trovati in gravi difficoltà”.

Micro imprese e criminalità

In questo quadro, per la Cgia non è da escludere che “a seguito della significativa diminuzione dell’offerta di credito avvenuta in questi ultimi anni, molti piccoli imprenditori, soprattutto al Nord, siano finiti tra le braccia delle organizzazioni criminali di stampo mafioso. Realtà, queste ultime, sempre molto disponibili a ‘soccorrere’ chi si trova a corto di liquidità”.

I danni del decreto crescita

Un problema, quello della liquidità, che sta assillando soprattutto le attività del comparto casa (edili, dipintori, elettricisti, idraulici, installatori impianti, serramentisti e così via); micro imprese che oltretutto, con l’entrata in vigore del decreto crescita, rischiano di subire un ulteriore danno economico.

“Le disposizioni previste dall’articolo 10, infatti, stabiliscono che i privati, in alternativa alle detrazioni Irpef del 65 e del 50%, possono cedere gli sgravi fiscali all’azienda a cui hanno affidato i lavori di riqualificazione energetica e/o di riduzione del rischio sismico, usufruendo di uno sconto molto generoso sulla fattura da onorare”.

Da un lato, questa decisione “può rimettere in moto con forza l’economia del comparto casa, visto che consente al committente di beneficiare di uno sconto del 50% sul corrispettivo dovuto”; ma dall’altro “rischia di penalizzare le imprese che hanno realizzato l’intervento, visto che potranno incassare la metà del corrispettivo attraverso la compensazione fiscale entro i successivi 5 anni”.

Micro imprese discriminate

Insomma, per la Cgia “è evidente che una grande azienda può far fronte a questo meccanismo; ma chi non dispone di liquidità, come la stragrande maggioranza delle aziende artigiane del settore edile e dell’installazione degli impianti, rischia di dover rinunciare alla commessa, non potendo sostenere, e anticipare, una buona parte delle spese necessarie per realizzare l’opera”.

Di conseguenza, “le imprese che si faranno carico di questo onere potranno permettersi di presentarsi al cliente e proporgli questa soluzione; mentre i piccoli artigiani saranno scoraggiati dal suggerire questa misura, con il pericolo di essere estromessi dal mercato”.

Appello al Garante

Per questo motivo la Cgia ha inviato una nota all’Autorità del Garante e della Concorrenza del Mercato. Nota che segnala come “questa nuova legge crea una discriminazione fra operatori economici concorrenti, avvantaggiando quelli di maggiori dimensioni ed elevata capacità finanziaria, alterando le dinamiche del mercato, con l’effetto di restringere le possibilità di offerta per i consumatori finali”.

Una decisione che se non verrà modificata rischia di mettere in seria difficoltà il comparto casa, composto da oltre 625mila aziende (il 70% circa ad alta vocazione artigiana). Le stime relative al 2018, infatti, “ci dicono che le ristrutturazioni edilizie e gli interventi di riqualificazione energetica hanno generato investimenti incentivati dalle detrazioni fiscali per quasi 29 miliardi di euro, coinvolgendo quasi 427 mila addetti”, conclude la Cgia.

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