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Reddito di cittadinanza: tutti i dubbi dell’Ufficio parlamentare di bilancio

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Reddito di cittadinanza: sarà un flop? È possibile che finisca così. Cioè con un sostegno nettamente inferiore a quello promesso per la stragrande maggioranza dei meno abbienti, che oltretutto in molti casi non avranno obblighi lavorativi o saranno disincentivati ad assumerli. E i dubbi crescono dopo i dati e le considerazioni presentati dal consigliere dell’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) Alberto Zanardi in un’audizione alle Commissioni Lavoro pubblico e privato e Affari sociali della Camera, nel giorno del via alle domande per il Reddito di cittadinanza.

Risorse ed obblighi

In base alle stime sulle dichiarazioni Isee 2017, “a fronte di un beneficio medio pro capite di 2.171 euro annui, il 5,5% dei percettori beneficia di un importo superiore a 6.000 euro annui. Mentre per circa il 60% dei percettori l’importo è inferiore a 3.000 euro annui. E per meno di un quarto dei percettori il beneficio è inferiore a 1.000 euro l’anno”, ha detto Zanardi. Cifre ormai ben lontane dai famosi 780 euro mensili.

E non finisce qui. Sugli 1,3 milioni di nuclei beneficiari del Reddito di cittadinanza (circa 3,6 milioni di individui) “il 37% non avrà obblighi di nessun genere”, ha aggiunto il consigliere. Solo “il 26% sarà inizialmente inserito in un percorso lavorativo verso i Centri per l’impiego. Mentre il rimanente 37% sarà indirizzato al contratto di inclusione sociale, quindi gestito dai Comuni”.

Se poi si fa un’analisi della composizione interna delle famiglie indirizzate ai diversi percorsi, emerge una forte eterogeneità. “Nelle famiglie indirizzate ai Centri per l’impiego, ad esempio, il 40% degli individui (circa 462.000) sono prontamente attivabili. Ma il 46% (539.000) sono esclusi da qualsiasi obbligo lavorativo. E il 14% (165.000) sono individui non immediatamente attivabili nel mercato del lavoro”.

Perché faticare?

Zanardi prosegue mettendo a fuoco altri problemi. “Per come è congegnato, il Reddito di cittadinanza è connotato dalla debolezza degli incentivi a partecipare spontaneamente all’attività lavorativa”. Infatti, “al momento della richiesta del beneficio l’intero reddito da lavoro guadagnato entra nel reddito del nucleo familiare da integrare con il Reddito di cittadinanza. Il che corrisponde all’applicazione di un’imposta implicita del 100% se il reddito da lavoro è pari o inferiore alla soglia”. Così, “i soggetti che lavorano e che percepiscono salari bassi avranno pertanto una disponibilità economica uguale a quelli che non lavorano”.

Problema Sud

In più, “questo disincentivo è aggravato dal fatto che la misura del Reddito di cittadinanza potrebbe spiazzare segmenti del mercato del lavoro – soprattutto al Sud – caratterizzati da retribuzioni particolarmente modeste, eventualmente dovute a rapporti part-time o di collaborazione, per i quali l’attività lavorativa non risulterebbe economicamente conveniente”.

Tradotto: chi lavora con un basso salario potrebbe addirittura smettere o passare al nero per ottenere il massimo dai 18 mesi di Reddito di cittadinanza, rinnovabili dopo un mese di stop. E al Sud e nelle isole risiede il 56% dei nuclei beneficiari del provvedimento.

Argini da verificare

Per quanto riguarda invece le misure coercitive del Reddito di cittadinanza, “il principale disincentivo a comportamenti opportunistici è costituito dall’obbligo di accettare offerte di lavoro congrue”. La credibilità di questo meccanismo “non appare scontata. E dipenderà dall’effettiva dimensione della disoccupazione frizionale, dall’efficacia dei Centri per l’impiego nel mettere in contatto domanda e offerta di lavoro, dalla convenienza delle imprese a rivolgersi ai beneficiari del Reddito di cittadinanza per colmare le proprie vacancies“, conclude l’analisi del consigliere dell’Upb.

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