Economia

Boom di italiani all’estero: i migranti siamo noi

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Italiani all’estero: è boom di partenze. Nel 2016 quelli “fuggiti” in altri Paesi per lavoro sono aumentati del 15,4% rispetto al 2015. Così lo scorso anno sono espatriate 124.076 persone. Tra loro, quasi 50mila (il 39%) vanno dai 18 ai 34 anni, con un trend di crescita del 23,3%.
Le mete? Al 1° posto il Regno Unito, che ha superato la Germania. Al 3° posto la Svizzera e al 4° la Francia, seguite da Stati Uniti e Spagna. Per avere un’idea del fenomeno nel suo complesso basti pensare che nel Regno Unito ci sono 24.771 iscritti all’Aire contro i 5.939 degli Stati Uniti e gli 11.759 della Svizzera.

Italiani: fuori in 5 milioni

Ma il report della Fondazione Migrantes non si ferma qui. E snocciola altri dati impietosi. Ormai vivono all’estero quasi 5 milioni di italiani (per la precisione 4.973.942, +3,3%). E parliamo solo di quelli iscritti nei registri Aire (Anagrafe italiani residenti all’estero). Poco meno degli stranieri che vivono oggi nel nostro Paese, pari a 5.029.000. I primi 3 Stati con le comunità più numerose sono l’Argentina (804.260), la Germania (723.846) e la Svizzera (606.578). E i pensionati? All’estero ci sono poco più di un milione di nostri concittadini sopra i 65 anni. Di questi, 380mila ricevono la pensione Inps maturata in Italia.

Da dove si parte

Il dato apparentemente sorprendente è che le regioni di partenza sono la Lombardia (al primo posto con quasi 23mila persone) seguita dal Veneto, dalla Sicilia, dal Lazio e dal Piemonte. Storicamente eravamo abituati alle partenze per l’estero dalla Sicilia o dal Veneto, soprattutto tra la fine dell’800 e i primi del 900 (“partono i bastimenti per terre assai luntane”). Ci stupiscono invece quelle da Lombardia e Piemonte, che negli Anni 50/70 del Novecento erano state i fari dell’emigrazione interna dal sud e dalle campagne. E teniamo ben presente che questi dati sono estremamente relativi. Riguardano solo gli italiani che si iscrivono all’Aire. Ma quanti dei nostri figli lavorano in Paesi Ue senza essere iscritti all’Aire? Probabilmente altrettanti.

Solo cervelli in fuga?

E non si tratta sempre e solo di cervelli in fuga. Lasciamo anche posti da badante o da infermiere agli immigrati in Italia per lavorare in un fast-food a Birmingham, magari alle stesse condizioni economiche. Però consideriamo anche che il percorso “normale” di un lavoro in Italia ai tempi del Job act è più o meno il seguente, e questo se va tutto bene:

  1. Laurea triennale o magistrale.
  2. Un anno da stagista a 350-500 euro al mese.
  3. Contratto triennale di apprendistato a 1.200 euro al mese.
  4. Contratto a tempo determinato fino al pensionamento, se mai arriverà.

I posti a tempo indeterminato sono rari come le vincite al superenalotto, a meno che i giovani non abbiano conseguito un tipo di laurea molto performante come ingegneria meccanica, ingegneria dei trasporti o chimica e poche altre. Ingegneri gestionali, informatici, architetti, laureati in lettere, giurisprudenza, per non parlare di scienze della formazione o scienze della comunicazione, quasi sempre sono a spasso come se non avessero superato la terza media.

Perché Londra?

Ebbene, questo tipo di laureati, per i quali in Italia non esiste alcuna possibilità di sbocco, trova all’estero ottime prospettive di lavoro. Ma perché il Regno Unito è particolarmente apprezzato dai nostri giovani? Per la quasi assenza di burocrazia (per chi arriva dall’Italia sembra il regno di Bengodi) per la varietà e la versatilità degli impieghi, per la possibilità di fare carriera. Almeno fin quando gli effetti della Brexit non si faranno sentire.

Massimo Solari è avvocato cassazionista e scrittore. Ha pubblicato diversi volumi sulla storia di Piacenza e alcuni romanzi. Ha tenuto conferenze e convegni sulla storia di Piacenza. Ha collaborato con le riviste Panoramamusei, L'Urtiga, e scrive sul quotidiano Italia Oggi.

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