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L’Italia non è proprio un Paese per giovani

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Giovani: tra i tanti problemi che la tormentano, l’Italia ne ha uno più grande di tutti gli altri. Ma sembra che in pochi nelle stanze dei bottoni se ne rendano conto. Un problema diventato allarmante, che merita politiche più adeguate ed aggressive. Perché la crisi ha colpito soprattutto loro, i giovani del nostro Paese.

I dati elaborati in un report della Cgia di Mestre sono impressionanti. La quota di minori italiani fino a 16 anni che si trova in una situazione di deprivazione economica è del 31,5% (Eurostat 2017). Nell’Unione europea la media è del 24,4%. E solo in Grecia (35,7%), Romania (40,9%) e Bulgaria (41%) la quota di minori a rischio povertà è superiore a quella del nostro Paese.

Giovani: la mappa della povertà

La popolazione italiana con meno di 18 anni a rischio povertà o esclusione sociale ha un’incidenza più elevata nel Mezzogiorno. In Sicilia, per esempio, i minori in difficoltà sono il 56,8%, in Calabria il 49,5 e in Campania il 47,1. In termini assoluti, a livello nazionale la popolazione giovanile con disagio economico ammonta a 3,1 milioni di unità; e tra questi, sottolinea la Cgia, circa 498 mila sono campani e 488 mila siciliani.

I livelli di povertà per l’Istat si mantengono elevati per le famiglie con 5 o più componenti e con una persona di riferimento giovane e dal basso livello di istruzione.
Al Nord le famiglie nelle grandi città presentano un’incidenza della povertà relativa superiore a quella presente nei Comuni di minori dimensioni. Nel Centro Sud, invece, la situazione si capovolge. Sono i Comuni minori a registrare il numero più alto di famiglie in povertà rispetto ai centri maggiori. Infine, l’incidenza di povertà relativa è decisamente superiore nelle famiglie dove sono presenti degli stranieri.

Allarme istruzione

Anche i dati sull’uscita precoce dal sistema di istruzione e formazione sono da bollino rosso. Nel 2017 i giovani tra 18 e i 24 anni che avevano conseguito solo il diploma di licenza media e non stavano frequentando nessun altro corso scolastico/formativo erano il 14%. Ma con punte del 21,2 in Sardegna, del 20,9 in Sicilia e del 19,1 in Campania. Le realtà più virtuose? L’Umbria (9,3%), la Provincia autonoma di Trento (7,8) e l’Abruzzo (7,4).

Allarmante pure il livello di mancato conseguimento della licenza media. Secondo i dati dell’ultimo Censimento della popolazione Istat, l’8,61% degli italiani in età lavorativa (15-62 anni) non ha terminato la scuola dell’obbligo (pari a 3,2 milioni di persone).
Sempre al Sud le percentuali più preoccupanti: 12,97 in Puglia, 12,3 in Campania, 12,26 in Sicilia e 11,87 in Calabria. I territori con le percentuali più contenute, invece, sono il Lazio (5,82%), il Trentino Alto Adige (5,52) e il Friuli Venezia Giulia (5,5).

Tanti disoccupati

“L’elevato livello di povertà giovanile, riconducibile anche alle caratteristiche della spesa per la protezione sociale che in tutta Europa è fortemente sbilanciata sulle pensioni, spesso si traduce anche in povertà educativa”, afferma il coordinatore dell’Ufficio studi Cgia, Paolo Zabeo.

“Molti di questi ragazzi, infatti, sono destinati ad abbandonare presto gli studi, pregiudicando la carriera lavorativa futura, che quasi sicuramente riserverà a questi soggetti delle enormi difficoltà a trovare un’occupazione stabile e di qualità. E alla luce del progressivo invecchiamento della popolazione e del calo delle nascite, le nostre Pmi non possono permettersi di lasciarsi sfuggire una quota così importante di giovani leve”.

Negli ultimi anni, sottolineano a Mestre, i flussi di ingresso nel mercato del lavoro italiano si sono decisamente polarizzati. Le imprese, infatti, da un lato cercano sempre più addetti con bassi livelli di competenze e di specializzazione; dall’altro, maestranze che presentano una elevata professionalità. In forte calo, invece, la richiesta di figure caratterizzate da mansioni di routine.

“Questa situazione spiega molte cose”, aggiunge il segretario della Cgia Renato Mason. In particolare “il disallineamento sempre più marcato tra domanda e offerta di lavoro. Sempre più spesso, infatti, molti imprenditori denunciano la difficoltà di reperire tecnici altamente specializzati, nonostante la disoccupazione giovanile in Italia superi il 30%. Oppure, segnalano di non trovare personale per lavori a bassa professionalità e molto impegnativi da un punto di vista fisico. Fenomeno, quest’ultimo, che è stato mitigato grazie al massiccio ricorso di personale straniero”.

Giovani: un futuro inquietante

Il quadro generale per la Cgia rischia di peggiorare ulteriormente alla luce dei profondi cambiamenti che anche il mercato del lavoro subirà nei prossimi anni. “La diffusione nei processi produttivi della digitalizzazione e della robotica darà un forte impulso alla disoccupazione tecnologica, incentivando l’espulsione soprattutto delle maestranze meno scolarizzate e con bassi livelli di professionalità”.

Per gli ultimi dati Ocse, infatti, “in Italia è a rischio un posto di lavoro su 6 (3 milioni di occupati) se, in tempi ragionevolmente brevi, non si procederà con programmi di formazione e aggiornamento delle competenze da rivolgere in particolare ai lavoratori meno istruiti”.

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