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Tarantino e C’era una volta a… Hollywood: il cinema si guarda allo specchio

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Brad Pitt, Leonardo DiCaprio e Margot Robbie

Tarantino e C’era una volta a… Hollywood: il nono film del regista americano, da qualche giorno nelle sale italiane, a maggio era stato tra le pellicole in concorso alla 72ª edizione del Festival di Cannes. Ma la giuria della kermesse francese, presieduta da Alejandro González Iñárritu, ha preferito altre opere al film di Tarantino, a cui non è stato assegnato alcun premio (esclusa la “Palm dog”, per la miglior interpretazione canina!).

Seppure sia tornato a mani vuote da Cannes, Tarantino con C’era una volta a… Hollywood dimostra però che attraverso il suo cinema può continuare a costruire un universo narrativo e linguistico complesso, in cui l’aspetto teorico, assieme alla pratica che ne è l’irrinunciabile espressione, diventa più importante che mai.

La fine di un’epoca

Il film è ambientato nella radiosa Los Angeles del 1969; un tempo di grandi sollevazioni e cambiamenti sociali, in cui gli autori della Nuova Hollywood stavano irrompendo con violenza nell’industria cinematografica americana, scuotendone le fondamenta e cambiandone definitivamente il volto. Alle prese con questo clima di instabilità sociale e culturale, c’è il personaggio di Rick Dalton, interpretato da Leonardo DiCaprio

Dalton è un attore diventato famoso in passato con il ruolo da protagonista in un serial televisivo western. Ambizioso, rinuncia alla proficua carriera televisiva per approdare sul grande schermo; ma le cose non vanno come spera. Escluso qualche successo, Rick come attore cinematografico non sbanca. E si trova costretto a ricomparire in tv.

Anche qui, però, la sua vita professionale e la sua autostima sono in costante pericolo; attori più giovani di lui iniziano a soffiargli la parte dell’eroe e del protagonista. Qualcosa però potrebbe cambiare la situazione. L’agente Marvin Schwarzs (Al Pacino) vorrebbe che Rick raggiungesse Roma per girare degli spaghetti western. Ma all’attore l’idea non va a genio.

In questi tempi difficili, Rick è affiancato dalla sua controfigura Cliff Booth (Brad Pitt). Oltre a lavorare come stuntman, Cliff è il galoppino di Rick, una figura di tuttofare indispensabile per l’attore, che altrimenti sarebbe smarrito. Tra i due c’è un profondo legame di amicizia, al di là alle immediate necessità materiali.

Tra finzione e realtà

Oltre a Dalton e Booth, personaggi di finzione, nel film è presente la figura di Sharon Tate, interpretata da Margot Robbie. La sua storia contamina la vicenda immaginaria dei due con la ricostruzione, parziale e manipolata, di eventi realmente accaduti.

Rick Dalton infatti abita in una casa situata a Cielo Drive; è lo stesso indirizzo dove si trovava la casa del regista Roman Polanski e della moglie Sharon Tate. La dimora in cui, la notte tra l’8 e il 9 agosto del 1969, fecero irruzione 4 membri della “famiglia” di Charles Manson compiendo una strage.
Tarantino nel corso del film intreccia così le due vicende, immaginaria e reale, producendo un’unica storia, quella del cinema, che idealizza e demistifica, imbroglia e capovolge.

Miti sfatati e miti acclamati

Diversi sono i ritratti esasperati e caricaturali, rapidamente abbozzati, dei miti hollywoodiani presenti nel film. Da Steve McQueen a Roman Polanski, fino a un tronfio Bruce Lee.
Tutti rimangono in scena poco tempo, alcuni meno di altri. Ma il loro insieme rende chiara l’intenzione di Tarantino. O è mistificazione o demistificazione: lo spettro del realismo che sta nel mezzo lo lascia volentieri ad altri colleghi.

Ovviamente il medesimo punto di vista è applicato alle strade di Hollywood. Di giorno il sole brucia l’asfalto; dopo il tramonto le insegne al neon illuminano la notte. La città diventa mito. Le macchine sfrecciano veloci, e la musica la gioca da padrona, con una soundtrack ricca e variegata che attinge a piene mani dal repertorio musicale di quegli anni.

Tarantino inedito

C’era una volta a… Hollywood è forse il film più complesso di Tarantino. Si tratta di un Tarantino inedito sotto alcuni aspetti, impegnato, quasi esclusivamente, in un intenso confronto con la struttura profonda del cinema, con la sua storia. Ne esegue un’ostinata dissezione, analizzando gli elementi separatamente, a volte incrociandoli, insinuandosi tra le pieghe del linguaggio cinematografico per osservarlo da angolazioni diverse. È un cinema che ospita sé stesso al suo interno, l’esito del processo della creazione e insieme l’esperienza, il processo appunto, che ha prodotto tale esito.

Il cinema nel cinema

Il film segue soprattutto ciò che accade in un giorno della vita di Rick, Cliff e Sharon. Rick è sul set di un episodio pilota di una nuova serie tv western, dove interpreta il cattivo della storia. Truccato a dovere, l’attore è al centro di un’ambigua alternanza tra scene dedicate alla preparazione prima delle riprese, e momenti relativi alla messa in scena del western, le riprese stesse, appunto.

Significativo è come Tarantino decide di renderci spettatori di queste riprese. È come se noi stessimo guardando quell’episodio pilota sul grande schermo, non più il film precedente che ne racconta la lavorazione, ma il prodotto finito. Non si è più su un set televisivo disseminato di apparecchiature elettroniche, ma si è lungo una strada polverosa e sgombra, di fronte a un saloon.

Il passaggio da un momento all’altro non avviene mai bruscamente, la transizione è sempre graduale, un momento sfuma nell’altro. Il set sfuma nel saloon, e viceversa. Mentre guardiamo il western, capita ad un certo punto che Rick si dimentichi delle battute. Ma tutto non ritorna allo stato precedente, noi continuiamo ad essere nel western. C’è solo un lieve movimento di camera a suggerire l’interruzione della scena, la continuità che si spezza; gli attori e i membri della troupe discutono sul da farsi. I personaggi però rimangono bloccati lì, nella dimensione che abitano in quel momento, in un limbo, un cortocircuito, a metà strada tra i due poli del set e del saloon.

Carte vincenti

È qui che Tarantino sfodera una delle sue carte vincenti: la capacità di esplorare la duplice natura del cinema. Il western ha la medesima legittimità di stare sullo schermo e di occuparlo interamente; e la storia della sua lavorazione non è né più vera né più finta del serial televisivo. Entrambi condividono lo stesso spazio, sono sullo stesso piano di realtà.

Spezzoni di film nel film poi rapiscono e rivendicano lo schermo continuamente in C’era una volta a… Hollywood. Spesso cambia il formato, la pellicola e la tipologia di immagine, e ci viene restituita un’epoca diversa dalla nostra. E spesso, in questi finti film del passato troviamo Rick Dalton-DiCaprio, come se fosse un attore nato novant’anni fa: è la sua immagine filtrata dal cinema del passato.

Cliff invece finisce accidentalmente nello Spahn Ranch, residenza abusiva della famiglia Manson. Qui Tarantino ammicca alla classica struttura del western con uno straniero che raggiunge un luogo sconosciuto e ostile, oltre a donare al tutto un’atmosfera da rural horror. Prima il western di Rick, ora il western di Cliff, ma nella LA del 1969, tra gli accoliti di Charles Manson.

Intanto, Sharon raggiunge un cinema per assistere alla proiezione di un film da lei interpretato, The Wrecking Crew (in Italia, Missione Compiuta stop. Bacioni Matt Helm). L’attrice è lì per ascoltare la reazione del pubblico in sala, forse per comprendere il risultato e il senso del proprio lavoro…

Uno sguardo diverso

Tarantino in questo film tradisce le aspettative di una finzione narrativa chiara, incalzante e rispettosa del climax. La presenza dell’intreccio, della messa in scena nella messa in scena, subisce un cambiamento.

L’intreccio c’è, ma procede attraverso il lento alternarsi e sovrapporsi di poche storie, alcune vicine, altre meno lontane di quanto sembrino. La messa in scena nella messa in scena c’è, ma non si tratta più di un uomo o un gruppo di uomini che devono convincere altri personaggi che le proprie menzogne corrispondano a verità (come in Le Iene, Bastardi senza gloria e The Hateful Eight); c’è invece un attore che deve imparare una parte e dare il meglio di sé.

Il climax c’è, ma va cercato altrove da dove si era abituati a trovarlo. È nello sforzo, nel tentativo di cogliere la natura profonda del cinema, il suo potere, che Tarantino imprime nei suoi personaggi e negli ingranaggi del mondo che li circonda, nel tributo che il regista fa a ciò che ama.

 La narrazione, indubbiamente diversa dai precedenti film di Tarantino, decompressa e senza evidente spettacolarità, ha fatto storcere il naso a molti. I tempi del film sono dilatati e dedicati a precisi momenti. A rompere l’incedere calmo e meditativo ci pensa comunque il finale del film, che in un esplosivo cambio di registro attiva un’adrenalina tipicamente tarantiniana, sotto le incalzanti note di You Keep Me Hanging On dei Vanilla Fudge.

La fabbrica dei sogni

C’era una volta a… Hollywood è cinema, un’analisi del cinema, frammentario, che confonde, dal forte impatto visivo e teorico. Si avverte la sensazione di essere di fronte a un caotico tavolo operatorio, su cui un chirurgo sta pazientemente esaminando, con nostalgia e entusiasmo, un complesso corpo. È cioè la sensazione di non essere di fronte, unicamente, a un racconto consapevole della sua natura di fiction. A detta di alcuni questa scelta indebolisce la poetica di Tarantino, ma la sua ultima fatica propone una prospettiva che ci mostra altro, pur rimanendo l’impronta dell’autore pienamente riconoscibile.

Il C’era una volta di Leoniana memoria non sembra alludere qui al crepuscolo di un’epoca. Il tono non è questo, seppure ne tratti. Assume il valore di formula metalinguistica in cui alla premessa, e promessa, di racconto “C’era una volta” segue il nome della fabbrica dei sogni, il luogo in cui nascono i racconti, Hollywood. Si vuole raccontare il luogo in cui si racconta. 

C’è questo, ma c’è anche l’idea del cinema come favola, del suo potere come fantasia. Una questione già espressa da Tarantino in Bastardi senza gloria, dove il cinema era un potente strumento, in grado di riscrivere la storia. Ma attraverso il cinema non si può riscrivere la storia, si può solo esprimere il desiderio di volerla cambiare, per riprendere ciò che scriveva Giulio Sangiorgio, sulla rivista spietati.it, sempre a proposito di Bastardi senza gloria. È un desiderio che solo Hollywood può esaudire.

Così, anche in questo C’era una volta a… Hollywood si sogna un lieto fine, una storia che solo il cinema è in grado di regalare. Una storia d’amore, di consapevolezza del potere della celluloide e delle sue infinite possibilità.

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