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Umanesimo e nuovo umanesimo: cosa c’è da sapere senza strumentalizzazioni

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Francesco Petrarca (particolare dell'affresco Ciclo degli uomini e delle donne illustri di Andrea del Castagno; 1450, Galleria degli Uffizi, Firenze)

Nuovo umanesimo: Giuseppe Conte, inquadrando in un breve discorso il lavoro futuro del nuovo governo, ha annunciato “novità” e “un’ampia stagione riformatrice” sulla base di principi non negoziabili; di questi ha delineato l’orizzonte entro un “nuovo umanesimo” senza chiarire il significato di tale espressione.

Ma di quale umanesimo si sta parlando? Discutibile ed anacronistica la posizione di chi oggi sostiene l’avvento e l’esistenza di un nuovo umanesimo ispirato alla filosofia laica di Edgar Morin (pseudonimo di Edgar Nahoum). Diversi sono gli interventi apparsi in questi giorni contro il radicalismo di tale pensiero che antepone l’uomo a Dio, concependo la moderna conoscenza globale come umana presa di potere. Ma facciamo un passo indietro, e vediamo che cosa ci racconta la Storia.

La nascita dell’umanesimo

Il termine umanesimo è usato per la prima volta dal filosofo tedesco Friedrich Immanuel Niethammer (1766-1848) che introduce il greco ed il latino nel curriculum studiorum dei giovani aristocratici nel 1808. La sua eredità è accolta da Jacob Burckhardt (1818-1897), autore dell’opera magistrale Il Rinascimento in Italia. Nei nostri atenei studiano l’umanesimo soprattutto Francesco De Sanctis (1817-1883), Eugenio Garin (1909-2004) e Carlo Dionisotti (1908-1998).

Figlio della meravigliosa tradizione medievale, che nella simbolica architettura delle cattedrali congiungeva cielo e terra, l’umanesimo nasce dalla luce riflessa della media aetas in uno slancio metafisico ed etico verso l’Eternità. Fondato da Francesco Petrarca (1304-1374), poeta amoroso nonché studioso illustre delle antiquitates, e da alcuni accoliti fiorentini nel XIV secolo, è volto alla riscoperta dei classici e alla loro attualizzazione e modernità storica. L’esaltazione delle humanae litterae conduce gli intellettuali al culto vivo del passato. Così come alla riscoperta dell’anima come forza primigenia immortale capace di elevarsi fino alle supreme vette dell’Assoluto.

Da Platone a Seneca

Nell’Italia delle nascenti signorie e delle loro accademie culturali, i codici degli amanuensi diventano i fondamenti per la formazione letteraria e filosofica degli umanisti. Il testo è “sacro”, al di là di tutte le possibili interpretazioni. Platone (492 a.C.), Aristotele (384-322 a.C.), Cicerone (106-43 a.C.) e Seneca (65 d.C.) sono gli autori più letti e studiati da Petrarca. Fondamentale per l’umanesimo anche l’apporto di Coluccio Salutati (1331-1406) e Leonardo Bruni (1370-1444), entrambi appassionati studiosi del Convito di Platone. Attraverso il personaggio di Eros, l’anima e la ragione si elevano dalle cose terrene fino al “divino”, seguendo un’articolata scala gerarchica (si ricordi la monumentale opera di Bruni Il De immortalitate animarum).

Filologia e misticismo

L’umanesimo si diffonde in tutta la penisola, fatta eccezione per il Piemonte Sabaudo. Ma il fulcro vitale rimane nella Firenze dei Medici. I letterati si sentono depositari della sophia dei greci; diventano essi stessi modelli di educazione morale e di volontà conoscitiva. Lo studium diviene prototipo della fatica letteraria personale per conseguire il Sapere universale. Nasce la filologia. Non è un semplice esercizio letterario, ma un metodo di traduzione e interpretazione del messaggio degli antichi.

Tra gli umanisti si diffondono ben presto anche tendenze mistico-ermetiche, (basti pensare a Leonardo Bruni dedito alla magia e all’alchimia), discipline praticate quotidianamente come accesso al trascendente. Modello ideale per gli umanisti fiorentini è la scuola sofistica. E in particolare il pensiero di Protagora (481-411 a.C.) in cui gli umanisti individuano il proprio rappresentante con il celeberrimo assunto: “L’uomo è misura di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono e di quelle che non sono in quanto non sono“. L’etica umanista è libera e indipendente da ogni forma di autorità ecclesiastica.

Le virtù dell’umanesimo

Quali sono le nobili e modernissime virtù esaltate dagli umanisti? In primis la dignità dell’uomo, la libertà di scelta, la consapevolezza di sé, l’umiltà davanti a Dio e il senso di appartenenza a una comunità di eletti. Dalla filologia al teatro greco alla costruzione dell’Homo novus, l’umanesimo fiorentino rivoluziona la cultura trecentesca ripensando la mappa dell’universo con al centro l’Uomo. Mutano le categorie di spazio e tempo in rapporto alla centralità umana. Mentre le origini del movimento si chiarificano sempre più come ripensamento dei classici alla luce della fede cristiana.

La Firenze del primo ‘400 diventa così la capitale d’Italia. E il ponte verso l’Europa per l’acquisizione di una consapevolezza civile. Questi i valori della nuova classe intellettuale: onestà, umiltà, amicizia, giustizia. Alla luce di tali nuovi principi morali l’uomo dovrà sfidare la propria contemporaneità inchinandosi alla maestà del passato rivisitato.

A questo punto emerge chiaramente la distorsione storica della prospettiva presente del cosiddetto nuovo umanesimo, che esalta invece un uomo protagonista assoluto del mondo, nuovo eroe della storia, ignaro della natura che lo circonda e di Dio che lo ha creato.

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