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Carlo Carrà: Milano celebra il grande maestro del Novecento

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Carlo Carrà, uno dei grandi maestri del Novecento, è il protagonista di una mostra epocale. A Palazzo Reale di Milano sono esposte ben 137 opere pittoriche, insieme a documenti, foto, lettere sulla vita e la produzione dell’artista. La retrospettiva, aperta fino al 3 febbraio, è curata da Maria Cristina Bandera. Ed è articolata secondo un percorso biografico e tematico – Gli esordi, Milano, Il Futurismo, Parigi, La metafisica, I primitivi, La natura mitica – che propone anche due suggestivi documentari multimediali.

Gli incontri di Carrà

Grande viaggiatore, scopritore instancabile di epoche e stili, innamorato di Parigi, Carlo Carrà (1881-1966) aderisce al Futurismo dopo aver conosciuto Filippo Tommaso Marinetti e il Gruppo milanese del Movimento (Balla, Boccioni, Russolo). Milano è infatti la città più internazionale d’Italia. E l’8 marzo 1910 proprio nel capoluogo lombardo nasce il “Manifesto dei Pittori Futuristi”.
Due anni dopo Carrà è nella capitale francese, dove incontra Modigliani, Apollinaire, Picasso e Dalì. Penetra il linguaggio oscuro del surrealismo e la dissoluzione della forma. E tutto ciò si tramuta in un’inquietante domanda sul significato delle avanguardie in Italia.

Metafisica e primitivi

Nel 1916 Carrà si reca a Ferrara per conoscere la pittura metafisica di De Chirico e Savinio. “Nelle vie di Ferrara – dice – mi sembra di vedere manichini, ombrelli e ubriachi, forme pittoriche astratte”. Tre anni dopo sperimenta la tecnica del collage. E con Marinetti utilizza insieme linguaggio scritto e pittura in un’armonia totalizzante: le famose “parole in libertà”. Nel 1920 si avvicina poi al Futurismo torinese e incontra il fondatore de La Voce Ardengo Soffici.

Intanto l’artista riscopre anche i primitivi. In particolare Giotto e Paolo Uccello, dei quali ripropone linee rette e composizioni geometriche. Carrà pertanto recupera il passato sintetizzando forme, spazio, colore. E con la poetica della metafisica costruisce la figura umana (si pensi a “Testa di gentiluomo” con triangoli, barre e bulloni metallici, esposta a Palazzo Reale).

Il mare della Versilia

L’esperienza pittorica di Carrà matura poi in Versilia, interprete di un nuovo impressionismo metafisico che richiama una natura trasfigurata nel mito e nel ricordo.
Carrà scopre la costa toscana grazie a una piccola casa a Cinquale, nei pressi di Forte dei Marmi. Qui albe e tramonti, passeggiate in pineta e chiacchierate con i pescatori costruiscono una quotidianità dolce e leggiadra. È un abitus semplice che Carrà condivide con la gente del posto.

Se a Milano il Futurismo lo aveva portato ad incontrare il mito della “velocità”, “la ruota”, “il tram”, “la fabbrica”, “la carrozza all’uscita dal teatro” e il “cavallo rosso con 20 zampe”, ora la natura marina trascende la realtà del progresso e del consumo, diventando colore puro. Tra le opere in mostra di questo periodo, il bellissimo “Pino solitario”, un albero selvaggio su una spiaggia deserta sullo sfondo di una roccia a picco sul mare.

L’ultimo Carrà

La fase creativa dell’ultimo Carrà offre al visitatore immagini rarefatte, frammenti di colore, luci tenui, simboli linguistici di un romanticismo novecentesco. In questo periodo l‘artista passa anche lunghi mesi in Valsesia: scorci lacustri e montani si fondono in squarci di luce omogenea e carnosa fortemente evocativa e malinconica, come nell’opera “Barca solitaria”.
Così Carrà trascorre gli ultimi anni di vita in un’indagine interiore duramente vissuta: uomo ed opera d’arte diventano una cosa sola nella ricerca dell’Assoluto.

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