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Il Trovatore: i segreti dell’opera di Verdi in scena alla Scala

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(foto Salzburger Festspiele Forster)

Il Trovatore di Giuseppe Verdi è uno dei titoli vincenti di qualsiasi cartellone. E andrà in scena alla Scala di Milano dal 6 al 29 febbraio. Si tratta di una nuova produzione del Teatro Milanese realizzata in collaborazione con il Salzburger Festspiele. Affidato alla bacchetta di Nicola Luisotti, già direttore associato del Teatro Real di Madrid, Il Trovatore (2 ore e 45 minuti) è un’opera intrisa di quel sentimentalismo romantico inscritto nel progetto drammaturgico di Verdi.

Capolavoro in pinacoteca

Il regista Alvis Hermanis, creatore anche delle scene con Uta Gruber-Ballehr, ambienta Il Trovatore in una pinacoteca. Ciò che connota il progetto registico è la ricerca psicologica ed emotiva intorno al carattere dei personaggi. Hermanis non è nuovo alla Scala dove si è impegnato nella ripresa di Die Soldaten e nella produzione de I due foscari e di Madame Butterfly.

Il Trovatore: le origini

Appassionante, romantico, dalle tinte forti e grottesche, il libretto del Trovatore nasce nel 1852 dalla penna del poeta napoletano Salvatore Cammarano. Il soggetto è tratto dal cinquecentesco dramma spagnolo di Garcia Gutiérrez, El trovador. Dopo l’improvvisa morte di Cammarano il libretto è ultimato dal giovane Leone Emanuele Bardare.

Verdi riflette dolorosamente sulle vicende narrate nell’opera; sente la morte vicina a sé, soffre per gli intrighi penosi dei suoi personaggi, ma crede nella redenzione morale e metafisica di essi che coinvolge l’uomo e la vita.

Il debutto a Roma

Il Trovatore debutta al Teatro Apollo di Roma il 19 gennaio 1853 con stupefacente successo di pubblico; terzo titolo della trilogia popolare dopo Rigoletto e La Traviata, concepisce il tempo come ripiegamento estatico su un passato inesorabile. La struttura dell’opera, infatti, procede da un prologo affidato a Ferrando (interpretato alla Scala da Gianluca Buratto e Riccardo Fassi) durante il quale sono narrati i presupposti della vicenda; la successione dei 4 atti non contempla il dinamismo drammatico tipico della scrittura teatrale romantica, ma una progressiva e modernissima simultaneità degli accadimenti dettati dai personaggi.

Triangolo amoroso

Il Trovatore è forse una delle opere più famose al mondo; Manrico (Francesco Meli) gode del fascino romantico e del mistero che avvolge la sua figura. Chi non ricorda la celebre serenata fuori scena del I atto? E ancora, tutta la passione dell’allegro” di quella pira”, con i famosi “4 do di petto”? Manrico è l’eroe romantico per eccellenza. Verdi pensava per lui la massima concentrazione emotiva nell’andante” “a sì ben mio”, un meraviglioso esempio di amore assoluto.

I tre personaggi, Azucena (Violeta Urmana), Leonora (Liudmyla Monastyrska) e Manrico sono complementari; poiché la loro storia è, come diceva Gutiérrez, assoggettata alla terribilità della sorte. Leonora, vittima innocente delle insidie amorose del Conte di Luna (Massimo Cavalletti), vive nel proprio cuore l’intimo sentimento che la lega a Manrico; Verdi vuole che la sua voce sia duttile e dolcissima, si pensi all’aria “sei tu dal ciel disceso” e “in ciel son io con te”.

Il sognante abbandono dell’adagio ”d’amor sol d’ali rosa” consente allo spettatore d’immedesimarsi nel mondo spirituale di Leonora che, insieme al suo Trovatore, confida e spera in un mondo migliore ove l’amore possa vincere vendetta e inganno.

L’amore di una madre

Nell’opera, tuttavia, non c’è solo il classico triangolo amoroso, ma l’amore incondizionato di una madre, la zingara Azucena, per il proprio figlio Manrico. Accanto a lei si muove il mondo coloratissimo dei gitani (si pensi all’inizio del II atto) e il fascino stregato e visionario del suo essere portatrice di segreti e tragedie. Azucena conduce l’intero dramma del Trovatore: ama, spera, inveisce, odia; ma alla fine deve ahimè sottostare alla sorte mentre svanisce la vita terrena di Manrico. Sarà il Cielo a trasfigurare i sentimenti nobili ed eterni dei due innamorati. Perché Giuseppe Verdi, la cui fede confessionale non è mai stata chiara e manifesta, crede nella speranza sublime che consola ed eleva gli afflitti.

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Maria Giovanna Forlani, piacentina, ha compiuto gli studi classici; si è laureata in Storia e Filosofia ed in Lingue e Letterature Straniere; è diplomata in pianoforte e clavicembalo. Dopo aver insegnato nei Licei è diventata Dirigente Scolastico. Cultrice delle arti, grande viaggiatrice, amante del nuoto e grande camminatrice. Ama la natura e il teatro. È giornalista pubblicista, conferenziera e saggista ed ha al suo attivo numerose pubblicazioni.

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