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Divorzio, dopo molti anni il Tfr va all’ex moglie: è giusto?

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Divorzio: l’ex moglie ha diritto a una bella fetta del Trattamento di fine rapporto del marito anche dopo 10 anni dall’addio definitivo. La sentenza del tribunale di Torino ha fatto scalpore. Ma appare così sorprendente solo a chi non conosce i dettati della costante giurisprudenza. E allora vediamo come stanno le cose.

Il caso sotto la Mole

Questi i fatti: un agente assicurativo lavora per una compagnia dal 1990 al 2014. Quando chiude il suo rapporto, riceve una somma di circa 400mila euro di “indennità” non meglio definita. L’agente aveva divorziato nel 2004. E la moglie, che aveva ottenuto il diritto all’assegno divorzile, gli fa causa per chiedere la sua parte. Il marito resiste, sostenendo che non si tratta di Tfr. Dal suo punto di vista è un’indennità che compete solo a lui, dovuta a un’attività non riconducibile a un rapporto di lavoro subordinato con la compagnia assicurativa. Tuttavia non riesce a dimostrarlo. Così il Tribunale (settima sezione civile) gli ordina di versare alla moglie oltre 90mila euro, pari al 40% della somma percepita dal marito tra il 1990 e il 2004, anno del divorzio.

Nessun conflitto

È una decisione che tra l’altro non è in conflitto con la recente sentenza Grilli della Corte di Cassazione. Quella che ha ribaltato il principio del “tenore di vita” tenuto dai coniugi in costanza di matrimonio. E che a cascata ha portato alla vittoria di Berlusconi contro l’ex moglie Veronica Lario. Come ha stabilito la Corte d’Appello di Milano, la Lario infatti non riceverà più soldi dall’ex marito e in più dovrà restituirgli fior di milioni per il passato.

Divorzio: un principio logico

Ma torniamo alla sentenza torinese. Se riflettiamo, il principio è più che logico e condivisibile. Nella famiglia tradizionale il marito può dedicare tutte le sue energie al lavoro grazie alla moglie. La consorte alleva i figli, li porta a scuola e a tutte le attività extrascolastiche, prepara i pranzi, rifà i letti e tiene la casa. Di conseguenza, tutte le somme che il marito guadagna (e in questo calcolo va ricompresa anche la pensione di reversibilità) sono in capo a tutti e due e non sono una sua esclusiva proprietà.

Tutti uguali

E infatti il tribunale subalpino ha calcolato solo la quota dovuta per il periodo nel quale lavoro e matrimonio hanno coinciso. E se la moglie lavora e il marito collabora all’educazione dei figli e al buon andamento della casa? Il principio ovviamente è reciproco. Anche il marito, in sede di divorzio, potrà avvalersi della percentuale del Tfr che compete alla moglie.

Patti prematrimoniali? No grazie

Tutto potrebbe cambiare se in Italia si diffondessero i patti prematrimoniali, massicciamente utilizzati nei Paesi anglosassoni. Ma a noi sembrano ancora “troppo prosaici”. E infatti sono scarsamente utilizzati, se non per le nozze dei rampolli di dinastie milionarie. I nostri giovani sposi – per capirlo basta guardare i vari reality che ci propina la tv – sono troppo presi dalla location del ristorante, dalla scelta degli abiti e delle liste nozze per pensare ai patti prematrimoniali. Che forse scontano anche la convinzione che “portino male” alla futura unione. E così, per parecchi anni, toccherà ancora ai magistrati stilare la dolorosa lista della spesa delle coppie scoppiate.

Massimo Solari è avvocato cassazionista e scrittore. Ha pubblicato diversi volumi sulla storia di Piacenza e alcuni romanzi. Ha tenuto conferenze e convegni sulla storia di Piacenza. Ha collaborato con le riviste Panoramamusei, L'Urtiga, e scrive sul quotidiano Italia Oggi.

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