Cultura

Leonardo era francese? Un’assurdità a base di venerazione e business

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Leonardo: l’ultima polemica che riguarda questo quinto centenario della morte del Genio di Vinci potevamo proprio risparmiarcela. Il giornalista di France 2 che dichiara “francese” Leonardo fa il paio col giornalista del Tg1 che lo definisce “italo-francese”.

Immediatamente è salita la immancabile querelle, proprio nel momento in cui “il grande pacificatore” Sergio Mattarella sta girando la Francia assieme a Macron per celebrare il cinquecentenario della morte di Leonardo.

Ius soli a rovescio

Occorre precisare che Leonardo ha vissuto e lavorato in Italia per 64 dei sui 67 anni, andando oltralpe solo tre anni prima di morire? A quanto pare, osserva qualcuno, in Francia esiste uno “ius soli” al contrario, col quale si acquisisce la cittadinanza alla morte invece che alla nascita.

Detto questo, detto anche che in Italia esiste il 90% delle opere leonardesche, molte delle quali a Milano, dobbiamo anche dire che la venerazione che hanno riservato i francesi per il Genio toscano è al di là di ogni limite. Venerazione e business? Ça va sans dire, non saremmo neppure in Francia se così non fosse.

Il mistero del museo…

Leonardo è morto a Clos Lucé, graziosa residenza di campagna ad un tiro di schioppo dalla residenza reale di Amboise. Ebbene, il “museo” a lui intitolato di Leonardo non ha nulla. Ma nulla del tutto, e ciò nonostante i manifesti, le segnalazioni stradali che da decine di chilometri ti martellano in tutte le lingue sulla straordinarietà del “museo”: a non visitarlo ti senti l’uomo peggiore del mondo.

L’abbiamo visitato. Lo stesso immobile è un (bel) rifacimento successivo. Anche se il sito dichiara che il “maniero” ospita numerosi souvenir leonardeschi, né un mobile, né un quadro né una tenda né una porta potrebbero dire di essere appartenute a Leonardo. Tranne, forse, un disegno grande come un foglio da fotocopia che i francesi giurano essere di mano del Maestro e che rappresenta il castello di Amboise visto dalla finestra di Clos Lucé.

Eppure il luogo, che espone nel giardino una serie di macchine leonardesche rifatte al più tardi il mese scorso, è pieno di turisti. Il bookshop brulica di gadget vinciani, il libro di Dan Brown è vendutissimo.

Da Leonardo al Vate

Insomma, i Francesi, che pure non l’hanno inventato, anche su Leonardo sanno fare un business culturale che noi ce lo sogniamo.

Volete un esempio piccolo piccolo? Il Vittoriale degli Italiani nel suo genere è un gioiello. Tutto quello che contiene – di buon gusto e kitsch – non solo parla di D’Annunzio, ma è stato strofinato dalla mano dell’Immaginifico Vate. Caffetteria e bookshop però sono in un angolo, su per una salita impervia ed hanno l’allegria di una sala funeraria.

Ma la Gioconda di chi è?

Dato che ogni volta che si parla di Leonardo si torna sul discorso della Gioconda che deve tornare in Italia (l’ultima, come battuta, di Salvini, è del 13 marzo scorso); ricordiamolo una volta per tutte: la Gioconda è stata regolarmente venduta da Leonardo in persona al suo amico Francesco I, re di Francia, dunque non ha nessun motivo per tornare.

Viva il Louvre!

E lasciateci anche dire che a noi, personalmente, la Gioconda piace al Louvre e non agli Uffizi. Perché arrivare fino alla sala che la ospita, vedere la miriade di persone che ad ogni ora, come un fiume in piena, arriva da ogni parte del mondo per buttarsi a terra per fotografarla da ogni angolatura equivale a dire che questo è il miglior tributo che sia mai possibile dare al Genio italiano.

Perché Leonardo, checché ne dicano Macron e i suoi, è e resterà sempre italiano. La Francia ha avuto grandi pittori. Grandi scultori. Grandi filosofi e scienziati, ma nessuno di loro e neppure messi tutti assieme potranno mai arrivare alla grandezza di Leonardo. Mi spiace, monsieur Macron, ma dovrete farvene una ragione.

Massimo Solari è avvocato cassazionista e scrittore. Ha pubblicato diversi volumi sulla storia di Piacenza e alcuni romanzi. Ha tenuto conferenze e convegni sulla storia di Piacenza. Ha collaborato con le riviste Panoramamusei, L'Urtiga, e scrive sul quotidiano Italia Oggi.

1 commento

  1. In England we call the French frogs. Hanno recentemente avuro il coraggio di affermare, che ‘ The Duke of Wellington’ fosse nato in Aix-en-Provence e che per questa ragione la sconfitta di Waterloo dopotutto, non era stata tale. Neanche una rana farebbe tanta confusione.

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