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Cellulare in classe? Il compito della scuola è insegnare, non proibire

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Cellulare, il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha recentemente inviato una circolare ai presidi: «L’uso di dispositivi digitali causa distrazione e rappresenta una mancanza di rispetto verso i docenti». Di conseguenza l’uso deve essere vietato in classe, salvo che per motivi didattici.

Tre momenti

L’attività scolastica può essere divisa in tre parti: spiegazione del docente, compito in classe scritto, interrogazioni orali. Ci sono poi momenti di socialità e laboratori di qualunque genere, ma la normalità si dipana in questi tre momenti. Ci sembra abbastanza ovvio che durante i compiti in classe (scritti) l’uso dello smartphone può essere d’aiuto ma, contemporaneamente, falsare l’esito del compito con richiami, vere e proprie traduzioni online o altri aiuti. Che sia vietato anche con la consegna dello stesso sulla cattedra ci sembra davvero il minimo sindacale.

Durante la spiegazione del docente, secondo noi, non dovrebbe essere vietato dal ministro: se il docente (chi scrive lo è stato anche se per pochissimo tempo) non riesce ad interessare gli alunni è spesso colpa sua e non dei ragazzi. Vale, comunque, la regola della buona educazione: se quando parlo a qualcuno questi inizia a consultare il cellulare smetto immediatamente di parlare, dicendo «finisci pure, poi riprendo». La risposta più frequente è: «Io sono multitasking, parla pure che ti ascolto». Io resto in silenzio fino a quando l’interlocutore non depone lo smartphone. Di solito funziona, anche se noto una certa insofferenza a questo mio atteggiamento, ritenuto forse un po’ snobistico.

Nel momento delle interrogazioni, sempre a mio parere, può valere tutto: di solito ascoltare o cercare di suggerire serve ad acquisire una maggior padronanza dell’argomento, ma tra chi chiacchiera o disturba e chi consulta il cellulare, preferisco decisamente il secondo. Infine, premesso che a mio parere il cellulare è “neutro”, perché il docente non approfitta dello stesso mezzo per migliorare l’offerta formativa? Insegnare un uso responsabile dello smartphone non potrà servire ai ragazzi anche fuori dalla scuola?

Da Google Maps a…

Molti ragazzi usano solo alcune, minime, funzioni del telefono: Tik Tok, Instagram, qualche app, Facebook, Whatsapp. Ma il cellulare, o meglio lo smartphone, ci consegna le chiavi dell’universo mondo: perché non si insegna ad usarlo con intelligenza? Per esempio, in geografia con Google Maps, facendo cercare ai ragazzi determinate caratteristiche fisiche di certe nazioni. In storia provare a dire: «Chi trova per primo, su Wikipedia, quanti soldati erano impegnati a Waterloo?». In diritto far cercare se la norma di cui si sta parlando è ancora attuale o è stata recentemente cambiata. Non parliamo di scienze naturali, dove Youtube può fornire documentari e approfondimenti impensabili tempi addietro. Si trovano on line critiche ai migliori romanzi dell’Ottocento, gli inni sacri del Manzoni e molti commenti su Leopardi.

Insomma, sarà giusto vietare. Ma vedere i ragazzi che depositano tristemente i loro cellulari sulla cattedra fa tanto venire in mente i roghi dei libri dei nazisti. Lo smartphone è diventata una appendice come una terza mano o un secondo cervello. Ma i ragazzi lo sanno usare? Certo, passare la mattina a vedere i video della Ferragni o di Vacchi è disdicevole, ma insegnare che il telefono non è solo quello, interagire coi ragazzi sfidandoli a trovare le mille altre cose che lo smartphone ci mette a disposizione può (potrebbe, potrà) fare in modo che più tardi, nella vita, i ragazzi imparino un nuovo modo di usare il cellulare. Si dirà che non è compito della scuola o che molti docenti non hanno le competenze tecniche, ma esistono corsi di formazione ad ampio raggio; le obiezioni sono superabili.

Infine, il problema del cattivo uso degli smartphone a scuola: riprese di docenti non perfettamente in linea o di compagni con disabilità o comunque riprese da parte di minorenni con contenuti discutibili (immediatamente svelate on line) è certamente un problema. Ma compito della scuola è insegnare, non proibire.
(articolo pubblicato su ItaliaOggi)

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Massimo Solari è avvocato cassazionista e scrittore. Ha pubblicato diversi volumi sulla storia di Piacenza e alcuni romanzi. Ha tenuto conferenze e convegni sulla storia di Piacenza. Ha collaborato con le riviste Panoramamusei, L'Urtiga, e scrive sul quotidiano Italia Oggi.

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