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Csm, ok del Governo alla riforma Cartabia: mai più casi Palamara?

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Marta Cartabia, ministro della Giustizia

Riforma del Csm, il Consiglio superiore della magistratura: venerdì scorso il Consiglio dei ministri all’unanimità ha dato il via libera all’ultima riforma Cartabia, dopo le modifiche al processo civile e penale.

Per valutare la portata della riforma proposta dalla Guardasigilli del governo Draghi bisogna partire per forza dalla Costituzione, che prevede uno status particolare per i magistrati. Sono certamente impiegati pubblici, assunti con concorso dopo la laurea in giurisprudenza; ma dopo l’assunzione (si chiama “immissione in ruolo”), al fine di evitare su di loro qualunque ingerenza del potere politico, i magistrati hanno una serie di garanzie che non dividono con nessun altro pubblico dipendente.

Come te nessuno mai

I magistrati non possono essere trasferiti, se non sono loro a chiederlo. Nessuno, neppure il loro capo diretto, può dir loro “come” lavorare. Ogni magistrato è indipendente e il responsabile dell’ufficio, presidente del tribunale o procuratore capo, può solo assegnare le pratiche. Oggi, sempre per evitare interferenze, sono assegnate da un computer o con altri automatismi.

Però ci deve pur essere un organismo che regoli avanzamenti di carriera, nomine e procedimenti disciplinari. Ed è appunto il Consiglio superiore della magistratura, che viene infatti definito il sistema di “autogoverno” dei magistrati.

Il Csm oggi

Presieduto dal presidente della Repubblica, il Csm è composto di diritto dal primo presidente e dal procuratore generale della Cassazione oltre che da altri 24 membri. Un terzo è eletto dal Parlamento in seduta comune tra avvocati con almeno 15 anni di professione e professori universitari di giurisprudenza (membri laici); due terzi sono eletti direttamente dai magistrati (membri togati). Il Csm, che è diretto di solito dal suo vicepresidente, è diviso poi in commissioni, alcune delle quali decidono gli incarichi apicali, altre i procedimenti disciplinari, altre ancora la progressione delle carriere.

I problemi

È evidente e come abbiamo visto previsto dalla Costituzione che la maggioranza dei membri del Csm sia in mano ai togati. Il problema è che fino ad oggi i giudici riuscivano, attraverso le loro correnti (Unità per la Costituzione; Magistratura Indipendente; Area; ex Magistratura Democratica; Autonomia e Indipendenza) ad eleggere tutti consiglieri “targati”. Da lì i numerosi scandali (soprattutto quello che ha preso il nome dal magistrato Luca Palamara) che hanno indotto il presidente Mattarella a lanciare pesantissimi strali nel suo recente discorso di insediamento. Che fosse necessaria e indifferibile una riforma era nelle cose. Come farla era estremamente problematico, proprio perché, come i tacchini a Natale, nessuno avrebbe accettato di buon grado di perdere posizioni di potere.

Cosa cambia

La riforma Cartabia prevede di riportare il numero dei membri elettivi del Csm da 24 a 30, come erano prima di una riforma approvata nel 2002. Venti saranno scelti dagli stessi magistrati – due saranno giudici di Cassazione, 13 giudici di merito e 5 pubblici ministeri – e dieci dal parlamento, selezionati tra professori universitari e avvocati. A questi si aggiungono i tre membri di diritto.

La vera novità però è il sistema elettorale: 14 dei 20 magistrati del Csm saranno scelti con un sistema maggioritario che prevederà dei collegi nei quali saranno eletti i due magistrati più votati, su un minimo di sei candidati (se non ci sono, i candidati verranno sorteggiati). Un 15° seggio sarà assegnato a un pubblico ministero sulla base di un calcolo ponderato che individuerà uno tra i terzi più votati. Gli ultimi cinque seggi saranno assegnati invece con un sistema proporzionale nazionale. Non ci saranno liste nazionali, ma ci si potrà candidare individualmente.

Magistrati e politica

Altro problema che dovrebbe trovare soluzione è la presenza dei magistrati in politica. Sono molto pochi, ma non si può impedire al magistrato di candidarsi, come a qualunque altro cittadino. Il problema, infatti, non era tanto la candidatura, ma il vezzo di certuni di fare il Pm “d’assalto”, finire sui giornali e in tv per processi eclatanti (i casi più noti sono quelli di Di Pietro, di De Magistris, di Ingroia) e poi candidarsi, basandosi sulla popolarità mediatica acquisita.

La riforma vieta di esercitare contemporaneamente funzioni giurisdizionali e avere incarichi elettivi e di governo o amministrativi (secondo noi era già previsto, comunque, meglio ribadirlo). I magistrati non potranno candidarsi nelle regioni in cui hanno esercitato la funzione nei tre anni precedenti, e al loro eventuale rientro nella magistratura potranno svolgere solo incarichi amministrativi o ministeriali. Nel momento della candidatura, i magistrati andranno in aspettativa senza percepire il compenso.

La parola al Parlamento

Adesso toccherà al Parlamento approvare o meno la riforma. Draghi ha annunciato che non ricorrerà alla fiducia, perché trattandosi di una materia molto delicata vuole lasciare alle Camere tutta l’autonomia necessaria. E certamente nel prossimo futuro tutte le lobby togate eserciteranno la massima pressione sul Parlamento per edulcorare o snaturare la riforma Cartabia.

Chi vincerà il braccio di ferro? Non lo sappiamo, ma un bagno d’umiltà da parte della magistratura è indispensabile, se vuole recuperare la credibilità e l’autorità perdute. Lo capiranno o prevarrà il sistema Palamara?

Massimo Solari è avvocato cassazionista e scrittore. Ha pubblicato diversi volumi sulla storia di Piacenza e alcuni romanzi. Ha tenuto conferenze e convegni sulla storia di Piacenza. Ha collaborato con le riviste Panoramamusei, L'Urtiga, e scrive sul quotidiano Italia Oggi.

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