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Prigozhin e la Wagner: in fatto di mercenari, l’Italia insegna

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Prigozhin: ho letto decine di articoli e visto numerosi servizi televisivi per cercare di capire cos’è successo in Russia negli scorsi giorni. Devo confessare che non ho capito quasi niente, come – a parer mio – la maggior parte dei commentatori. L’opinione comune è che Putin si è indebolito; ma mi sembra più un auspicio occidentale: speriamo che accada quello che vorremmo accadesse. Il che non è necessariamente la verità.

Per ora sappiamo solo che Prigozhin (ogni autore cambia la grafia del nome, Yevgeny lo chiamano l’Ansa e Open, Evgenij Repubblica e Wikipedia) è sparito; e che le ultime notizie lo davano in Bielorussia. Il suo tentativo, abortito, di colpo di Stato, si è fermato a duecento chilometri da Mosca. Scelta sua? Un accordo segreto tra lui e Putin per far saltare il discutibile ministro della difesa Shoigu e l’altrettanto discusso capo di stato maggiore Gerasimov? Un accordo tra il presidente bielorusso Lukashenko, lo stesso Putin e Prigozhin?

Il peso della Wagner

Il capo della Wagner ha recentemente dichiarato che non si trattava di un colpo di Stato; ma della dimostrazione di come si deve operare sul campo di battaglia, dato che ha percorso quasi 400 chilometri in direzione di Mosca quasi senza trovare resistenza. Putin dichiara che “la maggior parte dei combattenti della Wagner sono buoni patrioti”. Secondo alcuni Prigozhin voleva evitare che la sua compagnia di mercenari venisse incorporata nell’esercito russo. Secondo altri, gli interessi geopolitici della Wagner in Africa, Europa e Medio Oriente sono tali che Prigozhin, oligarca e ex cuoco di Putin, è oggi più influente dello stesso Putin.

Da Cesare a Lenin

Tuttavia, la notizia – sempre che un fatto così vago si possa definire notizia – mi ha riportato alla mente il famoso aforisma di Karl Marx: “La storia si ripete sempre due volte, la prima come tragedia, la seconda come farsa”. Perché all’inizio la marcia di Prigozhin era identica al passaggio del Rubicone da parte di Giulio Cesare; quello del generale vittorioso che aveva appena conquistato la Gallia, inviso in patria all’establishment senatorio, e che decide di “marciare su Roma” per far valere i suoi diritti.

L’altro inevitabile richiamo, citato anche da Putin, è la pace di Brest–Litovsk; è cioè il trattato tra Russia (in procinto di diventare Unione Sovietica) e Imperi Centrali durante la prima guerra mondiale. Anche in questo caso, dopo qualche anno di guerra tra Germania e Russia, nella quale Mosca aveva subito spaventose ecatombi di militari che avevano provocato e/o affrettato la caduta del regime zarista e la presa di potere dei bolscevichi, il nuovo potere russo, Lenin, aveva deciso di firmare la pace e uscire dal conflitto, potremmo dire “sul più bello”.

Mercenari nella storia

Non solo, da appassionato di storia, non posso non ricordare le truppe mercenarie del nostro passato; le compagnie di ventura medievali e rinascimentali: bande a metà tra i mercenari della Wagner e i banditi di strada (e mi scuso con i banditi di strada per averli accostati alla Wagner), che continuavano a cambiare padrone, scegliendo di volta in volta quello che pagava meglio.

Svizzeri e Lanzichenecchi erano veri esempi di fedeltà; ma le nostre compagnie sono ricordate per i loro subitanei cambi di casacca: il Carmagnola è stato giustiziato dai veneziani per il suo supposto tradimento a favore di Milano; i Farnese si sono trasformati da mercenari in papi e mecenati; Francesco Sforza approfitta della disgrazia dei suoi signori Visconti per sostituirsi a loro come duca di Milano. Federico da Montefeltro si arricchisce al servizio del regno di Napoli, poi del ducato di Milano, della repubblica di Firenze e infine del Papa. Solo Bartolomeo Colleoni, da sempre fedele alla Serenissima, muore di vecchiaia nel suo letto.

Niente di nuovo sotto il sole, insomma, e niente che noi Italiani non abbiamo già visto e sperimentato sulla nostra pelle.
(articolo pubblicato su ItaliaOggi)

Massimo Solari è avvocato cassazionista e scrittore. Ha pubblicato diversi volumi sulla storia di Piacenza e alcuni romanzi. Ha tenuto conferenze e convegni sulla storia di Piacenza. Ha collaborato con le riviste Panoramamusei, L'Urtiga, e scrive sul quotidiano Italia Oggi.

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