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Api a rischio: sono alleate indispensabili, proteggerle va a vantaggio di tutti

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Api: quando si parla della loro importanza per la vita sulla terra viene sempre in mente la famosa battuta attribuita ad Albert Einstein. In sostanza, lo scienziato avrebbe detto: quattro anni senza di loro e addio al genere umano. Che l’abbia pronunciata davvero oppure no, resta il fatto che sono insetti fondamentali e non solo per la produzione del miele. In occasione della Giornata delle api, che ogni anno cade il 20 maggio, sono tornati così d’attualità i dati della Fao: il 90% circa delle specie di piante da fiore selvatiche del mondo dipendono direttamente dai loro impollinatori, unitamente al 75% delle colture alimentarti mondiali e al 35% dei terreni agricoli globali.

Api a rischio…

Secondo il Wwf però, oltre il 40% degli impollinatori è a rischio di estinzione a livello globale. E in particolare lo sono le api selvatiche e le farfalle. Così, sottolinea la Fao, vanno promosse azioni concrete “per proteggere gli impollinatori e i loro habitat”, adottando pratiche agricole sostenibili. Cosa significa? Ridurre al massimo l’uso di pesticidi e creare gli habitat adatti agli impollinatori. Solo in tal modo questi “agenti biologici fondamentali nella protezione della biodiversità” potranno continuare “a svolgere un ruolo fondamentale negli ecosistemi e nei nostri sistemi alimentari”.

…e miele in crisi

Come vanno le cose invece per il miele che delle api è il salutare prodotto principale? Il punto l’ha fatto Coldiretti: “Il freddo anomalo fuori stagione dopo la lunga siccità colpisce gli alveari. E taglia i raccolti di miele in primavera con una perdita di produzione dei mesi di aprile e maggio 2023 pari anche dell’80% rispetto alla scorsa stagione. Le bufere di pioggia e vento e il crollo delle temperature in diverse parti d’Italia hanno impedito alle api di volare e danneggiato i fiori, facendo crollare le produzioni. Questo dopo che nel 2022 a livello nazionale sono stati raccolti 23 milioni di chili di miele, grazie 1,5 milioni di alveari curati da circa 73mila pastori delle api dalla Lombardia alla Puglia, dall’Emilia-Romagna alla Toscana fino alla Campania”.

In pratica, prosegue l’analisi dell’Osservatorio miele di Coldiretti, “già lo scorso anno l’Italia ha detto addio a quasi 1 vasetto di miele su 4 (23%) rispetto a poco più di un decennio fa. Il calo delle produzioni così “ha lasciato spazio alle importazioni dall’estero che nel 2022 sono cresciute del 12%. Per un quantitativo di oltre 26,5 milioni di chili, provenienti anche da Paesi che non sempre brillano per trasparenza e sicurezza alimentare”. Addirittura, per Coldiretti, “fra i campioni di miele importati nell’Unione europea tra il 2021 e il 2022, quasi 1 su 2 (46%) è sospettato adulterazione, secondo l’indagine “From the hives” del Centro Comune di Ricerca (Ccr) della Commissione europea”.

Da Pechino a Londra

Il numero assoluto più alto di campioni sospetti viene fatto registrare dalla Cina (74%); con la Turchia che ha la percentuale relativa maggiore di campioni sospetti (93%); mentre il Regno Unito ha registrato un tasso  ancora più elevato (100%), probabilmente perché si tratta di miele prodotto in altri Paesi e ulteriormente miscelato prima di essere rispedito in Europa”. Uno scenario preoccupante, sottolinea Coldiretti. “In cui l’Italia ha importato dall’estero oltre 26,5 milioni di chili di miele nel 2022, con gli arrivi dalla Turchia cresciuti del 146%, dalla Cina del 66%, dalla Romania del 134% e dall’Ucraina dell’83%”.

Come scegliere

Il miele prodotto grazie alle api sul territorio nazionale, “dove non sono ammesse coltivazioni Ogm a differenza di quanto avviene ad esempio in Cina, è riconoscibile attraverso l’etichettatura di origine obbligatoria”, spiega Coldiretti. “La parola Italia deve essere presente per legge sulle confezioni di miele raccolto interamente sul territorio nazionale (Miele italiano); mentre nel caso in cui il miele arrivi da più Paesi dell’Unione Europea, l’etichetta deve riportare l’indicazione ‘miscela di mieli originari della Ue’, indicando il nome dei Paesi di provenienza; se invece proviene da Paesi extracomunitari deve esserci la scritta ‘miscela di mieli non originari della Ue’ sempre con il nome dei Paesi”.

I consumi

In Italia, conclude la Coldiretti, “si consuma circa mezzo chilo di miele a testa all’anno, sotto la media europea che è di 600 grammi, ma un terzo rispetto alla Germania. Il Belpaese però vince in biodiversità. Con più di 60 varietà da quelli Dop come il Miele della Lunigiana, e il Miele delle Dolomiti Bellunesi e il miele Varesino; fino a quelli speciali in barrique o aromatizzati, dal tiglio agli agrumi, dall’eucalipto all’acacia”.

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