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Giudici e sentenze shock: da Messina a Milano, cosa sta succedendo?

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Messina: la sede della Corte d'Appello

Giudici e sentenze shock: l’ultima notizia che ha alzato un polverone è arrivata da Messina. La Corte d’Appello “assolve” lo Stato per la vicenda di Marianna Manduca. La donna era stata uccisa a coltellate il 3 ottobre 2007 dal marito, Saverio Nolfo, dopo 12 denunce alle forze dell’ordine per le continue minacce del marito. I giudici del primo grado avevano concesso ai tre figli minori della coppia un risarcimento da parte dello Stato (259mila euro). Secondo loro, non aveva fatto nulla per impedire che l’omicida portasse a termine il suo disegno criminoso.

Ma la Corte d’Appello annulla la sentenza. Afferma che lo Stato nulla poteva fare per impedire l’omicidio della donna. E che se procura e forze dell’ordine si fossero messe in moto, “l’epilogo mortale della vicenda sarebbe rimasto immutato”. Di conseguenza la Presidenza del Consiglio si è già attivata per ottenere dai minorenni la restituzione delle somme pagate per il risarcimento.
Anche se questo fosse il primo caso, sarebbe comunque molto grave: una dichiarazione di impotenza e di rinuncia alla difesa delle persone sotto minaccia che lascia perplessi.

Giudici: da Ancona a Bologna

I casi che fanno discutere in queste settimane però sono anche altri. La Corte d’Appello di Ancona per esempio ha ribaltato una sentenza di condanna per stupro, affermando che una ragazza peruviana non poteva essere stata violentata perché “troppo brutta”.

A Bologna la Corte d’Appello ha dimezzato la pena al 57enne Michele Castaldo, colpevole di aver ucciso la fidanzata, la moldava 46enne Olga Matei, riducendola da 30 a 16 anni.
È la famosa sentenza della “tempesta emotiva”. Si badi bene: l’estensore della sentenza ha affermato che la stampa ha travisato i fatti. È vero che nella sentenza si parla di “tempesta emotiva”. La riduzione della pena non discende però da quella considerazione, ma semplicemente dal fatto che il giudice di primo grado non aveva ritenuto di concedere le attenuanti generiche.

Le sentenze di Genova e Milano

A Genova, il Gip ha condannato l’ecuadoriano Javier Napoleon Pareja Gamboa a 16 anni per l’omicidio della moglie, Jenny Angela Coello Reyes. Anche qui, nelle motivazioni della sentenza si legge che si concedono le attenuanti generiche, perché l’omicida è stato spinto “da un misto di rabbia e di disperazione, profonda delusione e risentimento”. Il Pm aveva chiesto la condanna a 30 anni.

A Milano si scarcera Davide Caddeo, il ragazzo che il 1° luglio scorso aveva colpito con 11 coltellate Niccolò Bettarini, figlio di Simona Ventura, riportando una condanna a 9 anni. Anche in questo caso il motivo può essere condivisibile: il ragazzo trascorrerà il resto della pena in una struttura per disintossicarsi dalla tossicodipendenza.

In nome del popolo italiano

Nessun giudice prende il proprio compito alla leggera. Tutti, quando si apprestano a scrivere una sentenza, nella loro silenziosa camera di consiglio, sanno benissimo che le loro prime parole dovranno essere le fatidiche “In nome del popolo italiano…”.  

Non è un vuoto esercizio di retorica. È la certificazione che il giudice, qualunque giudice, è titolare di uno dei tre poteri che identificano lo Stato moderno: legislativo, esecutivo e giudiziario. I tre poteri che, una volta riuniti nella persona del re, gli illuministi hanno ripartito tra soggetti diversi. Come il potere esecutivo, anche quello giudiziario non è eletto dal popolo, cosa che invece avviene negli Stati Uniti. E non è eletto (idea accarezzata per anni dalla Lega e poi lasciata nel cassetto) perché nelle sue decisioni non deve dipendere dall’emotività del pubblico, ma guardare solo alla Legge.

Sentenze inattaccabili

Ognuna di queste sentenze – e lo si afferma da giurista che ha trascorso ormai 43 anni nelle aule di giustizia – ha precisi riferimenti giurisprudenziali che la potrebbero rendere inattaccabile. Ma come dicevano appunto i vecchi giuristi, scrollando le spalle nei corridoi del tribunale, “tot capita, tot sententiae”. E non volevano dire “tante teste, tante opinioni”, bensì “tutto capita nelle sentenze”.

È giusto dunque che i giudici non siano neppure scalfiti dagli infuocati dibattiti sui troppo numerosi femminicidi e sugli altri episodi che, sempre come dicono i giuristi, “suscitano allarme sociale”; è giusto che si disinteressino delle reazioni sui social. Insomma, guai se i giudici dovessero seguire le “mode” del momento.

Ma i giudici non vivono in una torre d’avorio. Leggono anche loro i giornali, fanno uso (moderato) dei social, vanno in giro come tutti gli altri. E allora è questo il momento per dimezzare pene, per colpire orfani minorenni, per scarcerare violenti? O non stanno, involontariamente, facendo un enorme, gratuito favore a chi vuole trasformare la magistratura in un organo elettivo?

Di certo gli italiani oggi vogliono pene certe ed esemplari per i delitti passionali. Vogliono fidarsi della loro magistratura. Che, al contrario, sembra veleggiare per altri lidi, incurante di tutto e di tutti.

 

Massimo Solari è avvocato cassazionista e scrittore. Ha pubblicato diversi volumi sulla storia di Piacenza e alcuni romanzi. Ha tenuto conferenze e convegni sulla storia di Piacenza. Ha collaborato con le riviste Panoramamusei, L'Urtiga, e scrive sul quotidiano Italia Oggi.

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