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L’Unità d’Italia, un Paese a sovranità limitata e la partita del Quirinale

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Nell’anniversario dell’Unità d’Italia di 160 anni fa, come non parlare del Presidente della Repubblica? A partire da Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella, quella che siede al Quirinale non solo è figura di raccordo tra i poteri dello Stato e di rappresentanza, ma soggetto con rilevante potere politico. E tutto questo è accaduto a Costituzione immutata.

Il potere
è esplicitato a vari livelli: nei rapporti con l’Europa e più precisamente in veste di garante dell’osservanza dei dettami della Commissione europea; nella nomina del presidente del Consiglio e dei ministri nel segno di piena osservanza dei principi di europeismo, atlantismo, americanismo. Nessuna tentazione verso la Repubblica Russa o quella Popolare Cinese.

In tempi
più recenti (anche in questo dialogo aperto col Quirinale) la garanzia europea si è estesa alla politica economica in virtù del Quantitative Easing ed ora con il Recovery Fund. Infatti, la Commissione Ue è molto attenta ai fondi che presta e/o elargisce.
Cosa significa? Innanzitutto che il margine di discrezionalità/manovra del Governo di un Paese europeo come l’Italia è molto limitato. Potremmo definire ciò sovranità limitata.

Un esempio
di tale situazione, a cascata, è il discorso di investitura del nuovo segretario del Partito democratico Enrico Letta. Gli obiettivi politici declamati non sono stati la piena occupazione del lavoro come negli Stati Uniti o nello stesso Schema Vanoni degli anni ’50; non la fissazione di un salario orario minimo; non percorsi di solida formazione professionale; di buona scuola quale primaria fonte di formazione per i giovani.  Gli obiettivi politici declamati da Letta sono stati ben più pallidi e asettici: ius soli e voto ai 16 anni.

Così
, mentre l’istituzione “Governo” ha perso e perde mordente, il ruolo del presidente della Repubblica si è ben ampliato. L’elezione del capo dello Stato diventa allora cruciale.
Il Pd ha espresso gli ultimi due inquilini del Quirinale e, probabilmente, desidera esprimere il prossimo.
L’alleanza tra Pd e Movimento 5 Stelle però ha dei limiti numerici e dei buchi di consenso. Cosa fa Nicola Zingaretti? È conscio di tutto questo e non vuole ripetere gli errori/ingenuità di Pier Luigi Bersani. Conscio che non tutto il partito è coeso, e conscio che non esiste una disciplina di partito come nel lontano passato, passa la mano:
palla al nuovo segretario. Ma in ogni caso esiste un asse/alleanza personale e di corrente con il M5S.

Guardando
al Colle, la parte restante della Sinistra che non è della partita ha la sola possibilità di allearsi con la Destra per far eleggere un loro candidato con prevedibili conseguenze alle prossime elezioni in termini di consenso e ancor prima di candidature  alle elezioni stesse.

La partita
è decisamente avvincente. Questa volta, a differenza del caso Bersani – Prodi e i 101 – la nebbia delle correnti non è così fitta, anche grazie a Zingaretti.
Chi potrebbe essere eletto il prossimo anno? Presumibilmente, un candidato proposto dalla Destra o dalla Sinistra che abbia dato prova di coerenza (onestà intellettuale), capacità, pazienza, e abbia raccolto la stima dell’altra parte politica.
Perché? L’elezione di un candidato schierato/di parte difficilmente potrebbe essere un punto di aggregazione e di equilibrio elettorale. Ma a fronte di queste considerazioni i potenziali candidati numericamente sono parecchio limitati.
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