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Documento strategico regionale: l’Emilia-Romagna passi dalle parole ai fatti

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La Giunta regionale dell'Emilia-Romagna al suo insediamento

Documento strategico regionale dell’Emilia-Romagna: abbiamo vissuto tutta la programmazione economica in Italia attraverso studio ed insegnamento. Elaborazioni di piani tanto voluminosi quanto generici, e inesorabilmente inefficaci.

Siamo dunque perplessi leggendo l’ultimo lancio di agenzia sul documento della Regione Emilia Romagna. La Giunta approva il “Documento strategico regionale 2021-2027”. Si tratta di 268 pagine fitte, intese a delineare il quadro in cui indirizzare l’insieme dei fondi europei e nazionali nei prossimi 7 anni. E per ricerca e innovazione dà il via libera alla “Strategia di specializzazione intelligente S3”. Obiettivo: investimenti per 5 miliardi di euro.

Questo documento di intenti ne ricorda un altro, ricco e articolato, lanciato a metà dello scorso dicembre, il “Patto per il Lavoro e per il Clima”, con l’obiettivo di rilancio e sviluppo dell’Emilia-Romagna fondato sulla sostenibilità sociale, economica ed ambientale.

Come non condividere questi obiettivi e dunque le finalità cui Documento strategico regionale 2021-2027 (DSR) aspira? Anzi, essi parrebbero ovviamente riguardare non solo la Regione Emilia-Romagna, ma tutto il Paese. E non a caso questi sono gli obiettivi del Recovery Plan/Next Generation EU, per altro definiti dall’Europa.

Qualche domanda

Dov’è il problema? Si potrebbe ricordare il motto “tra il dire e il fare…”; insomma, forse serve la definizione di meccanismi, progetti, realizzazioni che effettivamente conducano agli obiettivi preposti. Da tempo risulta che la Regione Emilia-Romagna abbia annunciato un piano di assunzioni di migliaia di addetti. È possibile sapere come è andata?

In un’ottica di medio periodo, che fare oggi? È opportuno tenere ben presente, come ben ricorda il DSR che l’introduzione e lo sviluppo della New Digital Economy (NDE) creano i presupposti per la riduzione dei fabbisogni occupazionali tradizionali e per contro creano domanda di competenze e qualifiche elevate. Quindi, l’investimento più utile soprattutto in questa fase storica è quello in capitale umano, i cui effetti si realizzano appunto nel medio periodo.

L’investimento in capitale umano è un oggetto complesso dai molteplici aspetti (sviluppo cognitivo, socio-emotivo, istruzione, formazione professionale,..). Questi interagiscono tra di loro e determinano la produttività dei vari input che concorrono all’ accumulazione del capitale umano. Occorre tenere presente che l’investimento in capitale umano svolge un ruolo importante non solo nella crescita del prodotto interno di un Paese (o di una regione), ma anche nella distribuzione del reddito prodotto, problema che sta riemergendo dopo anni di sonno.

Alcune proposte concrete

La cooperazione tra le Università esistenti nella regione è necessaria, come soprattutto l’allargamento ad altre Università italiane ed estere. Sarebbe ben auspicabile farne tesoro su un piano operativo. Come ad esempio ripensare ai Corsi di laurea attivati, valutare se non sia opportuno allargare l’offerta a nuovi Corsi di Laurea, Master e così via,  che tengano conto del presente. In particolare, corsi di laurea/corsi di formazione di Informatica, sull’AI (Intelligenza Artificiale), di Medicina, tenuto anche conto dello stato della sanità nell’area e soprattutto corsi di laurea interdisciplinari. E la Regione potrebbe finanziare tali corsi. Non solo corsi universitari ma, con stretta priorità, corsi di formazione della Regione a livello provinciale anche per venire incontro alle esigenze del territorio quanto mai impellenti.

L’appello a Colla

A questo punto, facciamo appello in primis all’assessore regionale allo sviluppo economico e green economy, lavoro, formazione Vincenzo Colla: serve un grande piano di formazione in presenza e on line di concerto con le Università con riferimento a informatica (a tre livelli), meccanica (due livelli) ed inglese, aperto ai cassaintegrati, a coloro, speriamo pochi, che rimarranno senza lavoro, ai giovani che non studiano o lavorano (NEET). Più in generale, aperto a tutti!

Poi, la Regione potrebbe anche organizzare e finanziare per quota uno o due centri Fraunhofer Gesellschaft dedicati alla ricerca applicata, in cui le conoscenze scientifiche si trasformano in soluzioni innovative per le PM imprese. Centro idoneo a organizzare solida formazione. Dove situarli? Nelle province lontane dal “centro dell’impero”, che si limita all’asse Bologna-Modena-Reggio.

Il compito di Fraunhofer è trasformare le conoscenze scientifiche in soluzioni innovative su misura delle aziende che generino vantaggi economici diretti. Così si incentivano e si portano avanti progetti di ricerca applicata che apportano benefici immediatamente spendibili per le imprese manifatturiere e artigiane, contribuendo realmente ad aumentare la loro competitività sul mercato.

Si tratta di un passaggio ineludibile, perché l’integrazione verticale delle imprese e le fusioni orizzontali, al fine di creare gruppi più solidi, passano attraverso un aumento della qualità che è strettamente connesso all’innovazione e quindi si lega all’investimento in capitale umano.

Infine, i grandi assenti

Due osservazioni, riguardo ad ambiente e sostenibilità ambientale: l’acqua risorsa primaria viene sprecata per perdite consistenti della rete idrica. L’energia elettrica, input imprescindibile per le attività, si avvale di una rete le cui carenze sono imbarazzanti.

Entrambe le reti, idrica ed elettricità, sono gestite da “public utilities” come ad esempio Enel e Iren. Stessi rilievi, naturalmente, riguardano le telecomunicazioni (internet e telefonia). In particolare sulla banda larga vi sono ritardi enormi ed ingenuità generate dal pensare che basti “dire”… Riteniamo quindi che anche questa partita digitale in Emilia-Romagna debba essere una priorità ben definita, con una catena di comando chiaramente identificata e messa nelle condizioni di agire per risolvere questo problema che mina la competitività dei nostri territori.

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Gabriella Chiesa, Ph.D. in Economics alla London School of Economics, è professore di Monetary and Financial Economics alla Alma Mater Studiorum Università di Bologna. Ha ricoperto posizioni in diverse università e centri di ricerca italiani ed esteri.
La sua attività di ricerca verte sui mercati finanziari e le loro interazioni con la macroeconomia, i cui risultati sono pubblicati in riviste internazionali di economia e di finanza.

Luigi Filippini, ha studiato alla London School of Economics e all’Harvard University. È professore di Economia dell’Innovazione e competitività all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.
I suoi interessi di ricerca vertono su temi di Industrial Organization e teoria della produzione, i cui principali risultati sono pubblicati in riviste internazionali.

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