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Vaccini per il Covid: la lezione americana alla povera Europa

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Vaccini per il Covid: perché gli Stati Uniti sono così avanti e l’Europa arranca? Negli Usa si sono posti due domande: quanto costa la pandemia? Vite umane certamente, ma anche crollo del Pil e disoccupazione associata, tanto più drammatiche e persistenti quanto più la pandemia perdura. Soluzione possibile? Una e una sola: vaccino, se lo si trova, per tutti e a qualunque costo – nessun costo può competere con quelli del perdurare della pandemia – con le parole di Janet Yellen: “you scar the economy in a permanent manner” (si ferisce l’economia in profondità e permanentemente).

Le tre fasi

Lucida la diagnosi e chiaro l’obiettivo la macchina amministrativa americana si muove. La soluzione “vaccino” richiede tre fasi:

  1. Individuare, ovvero scoprire/inventare il vaccino – fase di R&D (ricerca e sviluppo).
  2. Dotarsi di impianti atti a produrlo e con capacità produttiva di dimensione immane.
  3. Distribuirlo, ovvero procedere alla vaccinazione di massa.

Quest’ultima fase, quella che stiamo vivendo, è in effetti quella di tutto riposo, se il vaccino c’è nella quantità necessaria. Se il vaccino scarseggia, come purtroppo accade nella miope Europa (Italia, compresa) non c’è organizzazione, piano vaccinale, logistica… che tengano.

Per avere una idea della complessità della fase “produzione” basti pensare che il processo per arrivare al vaccino Pfizer-BioNTech richiede 280 materiali che arrivano da 86 fornitori diversi. Organizzare la fase 2 richiede la programmazione e il coordinamento di una lunga e complessa catena. Non solo, se razionalmente si vogliono accelerare i tempi, si deve prendere rischio: si organizza la fase produzione contestualmente alla ricerca del vaccino; quindi ancor prima di sapere se il vaccino effettivamente ci sarà. Rischio, in quanto se la fase 1 (R&D) fallisce, quanto investito per la fase produzione è perso.

Da Trump a Biden

Ciò richiede un’assunzione di rischio e una visione globale che sono precluse all’impresa privata e che solo uno Stato può avere. Questo è quanto hanno fatto gli Usa, con un successo esplicitato dalle parole di Antony Fauci, “a historic, unprecedented achievement” (il raggiungimento di un traguardo di portata storica mai raggiunto in precedenza).  È un traguardo che accomuna l’Amministrazione 45 (Presidenza Trump) e l’Amministrazione 46 (Presidenza Biden), e fa leva su un quadro istituzionale che molto ci dice riguardo al ruolo chiave dello Stato nell’economia americana, capitalistica certo, ma governata.

Il Defense Production Act 

Il quadro istituzionale è fornito dal “Defense Production Act”. Risale al 1950 e conferisce al presidente un insieme di poteri atti a governare l’industria nell’interesse della difesa nazionale. Formulato in relazione alla Guerra di Corea, è storicamente fondato sui “War Powers Acts of World War II”. Il Congresso nel corso del tempo ha esteso l’ambito ben al di là del militare, così da abbracciare disastri naturali, attacchi terroristici e più in generale le emergenze nazionali.

Alcuni di questi poteri conferiscono al presidente la facoltà di imporre a persone fisiche e giuridiche (imprese e società) l’accettazione di priorità nell’esecuzione di contratti di fornitura. Il potere di espandere la capacità produttiva dell’industria per la fornitura di materiali e beni. La facoltà di concedere prestiti, offrire garanzie sui prestiti, effettuare acquisti diretti, impegni di acquisto; nonché l’autorità di procurare e installare impianti in strutture industriali private. Seguono poi poteri di stabilire accordi con l’industria privata, di bloccare o incentivare fusioni societarie, di impegnare top manager dell’industria privata nell’interesse della Nazione. Una sorta di potere di “nazionalizzazione” ancorché chirurgica e mirata.

L’Amministrazione 45 (Trump) ha usato il “Defense Production Act” 18 volte. Nella gestione della pandemia, per l’acquisizione di sistemi diagnostici, strumenti di testing, mascherine. E, crucialmente, nella missione “vaccini”: la fase di R&D, la predisposizione della capacità produttiva adeguata ai massicci obiettivi quantitativi, e la definizione dei contratti di fornitura con le imprese produttrici dei vaccini con definizione ex ante e dei quantitativi e dei prezzi unitari. Limitando così i rischi a carico dell’industria, in buona sostanza confinandoli alla fase di R&D.

Il tutto realizzato nella cosiddetta “Operazione Warp Speed”  (velocità della luce nel conseguimento dell’obiettivo “vaccinazione di massa”). L’Amministrazione 46 (Biden), impegnata nella terza fase di dirittura d’arrivo (vaccinazione) ha fino ad ora usato il Defense Production Act 2 volte: nell’operazione di accelerazione della vaccinazione, con obiettivo di tornare alla normalità entro il 4 Luglio; e nella gestione della produzione dell’ultimo vaccino approvato, Johnson&Johnson,  produzione da realizzarsi in cooperazione con Merck in deroga alle leggi antitrust.

L’Operazione Warp Speed

Iniziata a ridosso della sequenziamento genomico del virus, formalizzata e annunciata pubblicamente il 15 Maggio 2020, l’Operazione Warp Speed consiste nella cooperazione tra pubblico e privato nel quadro del “Defense Production Act”. Obiettivo: sviluppare vaccini sperimentali e produrne a sufficienza per distribuire 300 milioni di dosi alla popolazione americana a partire da Gennaio 2021.

Alle imprese private viene assegnato il compito “innovazione”, la fase R&D, in un contesto di competizione; le imprese coinvolte sono 7, tra queste Moderna, una costola di Harvard da 10 anni impegnata nella Tecnologia Messenger RNA, potenziale piattaforma per la creazione del vaccino.

Lo Stato offre sovvenzioni (ordine di grandezza 14 miliardi di dollari) e input: The National Institutes of Health fornisce le ricerche e i risultati del sequenziamento del virus e l’accesso alla sua enorme banca dati. Contestualmente, lo Stato organizza la catena di fornitura a monte della produzione; finanzia e fornisce impianti, così da definire capacità produttiva adeguata; pre-ordina forniture di dosi con fissazione dei prezzi.

Il rischio d’impresa viene così assunto dallo Stato; quello assunto dai privati è confinato alla fase di ricerca. Dal punto di vista delle imprese impegnate in R&D il premio per il successo (arrivare al vaccino) consiste nella ragionevole certezza del flusso di reddito prospettico, in virtù della capacità produttiva realizzata ex-ante e i pre-ordini garantiti dallo Stato. Tutto ciò induce le imprese a impegnare l’impossibile per arrivare alla soluzione il più rapidamente possibile.

Innovazione dirompente

Risultato: se storicamente il processo “vaccino” ha richiesto non meno di 5 anni, l’Operazione Warp Speed ha letteralmente bruciato i tempi. A gennaio 2020 si aveva la sequenza del virus, ad Ottobre si aveva il vaccino. E in virtù della predisposizione della capacità produttiva, iniziava da subito la produzione in larga scala. Appunto, “il raggiungimento di un traguardo di portata storica mai raggiunto in precedenza” di Fauci.

E c’è di più. Due dei vaccini, Pfizer-BioNTech e Moderna, sono di “seconda generazione”: vaccini genetici, che veicolano geni del Covid nelle cellule del corpo umano e provocano la risposta immunitaria. L’innovazione è dirompente: in grado di rivoluzionare l’intero campo dell’immunologia, e produrre terapie per le malattie autoimmuni e oncologiche. L’innovazione realizzata è a buon diritto considerata di potenza assimilabile a internet (che ricordiamo è la risultante di investimenti pubblici).

Insomma, l’Operazione Warp Speed, è a tutti gli effetti “Politica Industriale”, di enorme successo. Politica Industriale American style, ovvero sviluppata su due pilastri portanti: innovazione dirompente (nel caso in oggetto vaccini genetici) e capacità organizzativa, della catena di produzione in primis, e della distribuzione poi.

La povera Europa

Ben diverso quanto è avvenuto al di qua dell’Atlantico, nella nostra Unione europea. Inspiegabilmente inconsapevole delle problematiche a monte e a valle della disponibilità di un “vaccino” in un contesto di pandemia planetaria, si è di fatto comportata come un acquirente marginale di un bene ampiamente disponibile sul mercato.

Ha stipulato contratti di fornitura di vaccini con estremo ritardo, di fatto per ultima, tre mesi dopo il Regno Unito. E nell’assunto, irrimediabilmente errato, di assenza di limitazione di capacità produttiva e disponibilità di dosi, ha puntato tutto e solo sulla convenienza di prezzo. Siamo così incorsi nel peggiore dei rischi, che, ahimè s’è materializzato: penuria di dosi di vaccino. Con costi abnormi in termini di vite umane, perdite economiche e danni futuri, con il virus libero di circolare che si esprime in varianti che minano l’efficacia dei vaccini stessi.

Emblematico è il caso più “frugale” tra i frugali: l’Olanda. Ha scelto di non usare Pfizer-BioNTech così da risparmiare i costi connessi alle basse temperature di conservazione. La penuria di vaccino pone la copertura vaccinale dell’Olanda tra le minori dei Paesi occidentali, appena al di sopra del più povero dei Paesi Ue.

Insomma, ricorrendo a una sintesi inglese, la Ue su Covid e vaccini è stata “penny wise, but pound foolish” (saggia riguardo ai centesimi, ma ridicolmente folle riguardo gli importi rilevanti). Forse non è un caso che delle 9 grandi imprese tecnologicamente avanzate, 7 siano statunitensi e nessuna europea.

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Gabriella Chiesa, Ph.D. in Economics alla London School of Economics, è professore di Monetary and Financial Economics alla Alma Mater Studiorum Università di Bologna. Ha ricoperto posizioni in diverse università e centri di ricerca italiani ed esteri.
La sua attività di ricerca verte sui mercati finanziari e le loro interazioni con la macroeconomia, i cui risultati sono pubblicati in riviste internazionali di economia e di finanza.

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Luigi Filippini, ha studiato alla London School of Economics e all’Harvard University. È professore di Economia dell’Innovazione e competitività all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.
I suoi interessi di ricerca vertono su temi di Industrial Organization e teoria della produzione, i cui principali risultati sono pubblicati in riviste internazionali.

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