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Patto per il Lavoro e per il Clima dell’Emilia-Romagna: c’è qualcosa da chiarire…

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La Regione Emilia-Romagna del presidente Stefano Bonaccini accoglie il nuovo anno con un ricco e articolato documento di intenti: il “Patto per il Lavoro e per il Clima”, lanciato a metà dello scorso dicembre. 

“Patto” in quanto accoglie la condivisione al progetto da parte di una molteplicità di attori/istituzioni private e pubbliche: Associazione Generale delle Cooperative Italiane (AGCI); Associazione Nazionale Comuni Italiani (ANCI); Associazione Nazionale dei Costruttori (ANCE); Città Metropolitana di Bologna; Coldiretti; Comitato unitario delle professioni intellettuali degli ordini e dei collegi professionali (CUPER); Comuni capoluogo; Università Statali presenti nella Regione; e poi ancora diverse associazioni di imprenditori agricoli e non, sindacati… 

“Per il Lavoro e per il Clima” in quanto il Patto si prefigge l’obiettivo di rilancio e sviluppo dell’Emilia-Romagna fondato sulla sostenibilità, sociale, economica ed ambientale.

La regola del 4

Le diverse linee di intervento sono definite da 4 obiettivi strategici, riassunti in 4 “parole d’ordine”: 

  • Emilia-Romagna, regione della conoscenza e dei saperi;
  • Emilia-Romagna, regione della transizione ecologica;
  • Emilia-Romagna, regione dei diritti e dei doveri;
  • Emilia-Romagna, regione del lavoro, delle imprese e delle opportunità.

Accanto a questi vi sono poi 4 “processi trasversali”:

  • Trasformazione digitale;
  • Un Patto per la semplificazione;
  • Legalità;
  • Partecipazione.

Come non condividere tali obiettivi? Anzi, parrebbe ovvio che riguardino non solo la Regione Emilia-Romagna ma tutto il Paese. E non a caso questi sono gli obiettivi del Recovery Plan/Next Generation EU, per altro definiti dall’Europa.

La burocrazia rimane?

Nel testo del Patto si legge: “L’impegno condiviso al rilancio degli investimenti sarà supportato da un processo di semplificazione per ridurre la burocrazia e innovare la Pubblica Amministrazione. Non una deregolamentazione, quindi, ma un innalzamento del livello della legalità, dei diritti e della giustizia sociale“. 

Chi paga?

Poi, a proposito del Next Generation EU, si dice che “il sistema territoriale dell’Emilia-Romagna intende svolgere un ruolo da protagonista tanto nella programmazione quanto nella gestione delle risorse straordinarie che il Paese avrà a disposizione”. 

E alla fine del Patto si legge: “Proprio per questo, le risorse di Next Generation Eu e la nuova programmazione rappresentano un’occasione imperdibile per accelerare sul fronte delle infrastrutture di nuova generazione per attuare la transizione ecologica e rafforzare sostenibilità e la resilienza delle nostre città e dell’intero territorio” (pag.26).

Dov’è il problema?

Si potrebbe ricordare il motto “tra il dire e il fare…”; insomma, forse serve la definizione di meccanismi, progetti, realizzazione che effettivamente conduca agli obiettivi preposti. Nel frattempo, risulta che la Regione Emilia-Romagna abbia annunciato un piano di assunzioni di migliaia di addetti. Confidiamo che questo rientri nel piano complessivo, inclusa la semplificazione della Pubblica Amministrazione.

I grandi assenti

Due osservazioni, riguardo ad ambiente e sostenibilità ambientale: l’acqua risorsa primaria viene sprecata per perdite consistenti della rete idrica. L’energia elettrica, input imprescindibile per le attività, si avvale di una rete le cui carenze sono imbarazzanti.

Entrambe le reti, idrica ed elettricità, sono gestite da “public utilities” come ENEL, IREN… Stessi rilievi riguardo alle telecomunicazioni (internet e telefonia). Questi attori fondamentali però mancano tra i firmatari del “Per il Lavoro e per il Clima”.

Rivolgiamo dunque un appello perché vi rientrino e perché si definiscano gli interventi atti a portare le infrastrutture di base a livello del 21° secolo. Poi si potrà parlare di New Digital Economy (NDE).

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Gabriella Chiesa, Ph.D. in Economics alla London School of Economics, è professore di Monetary and Financial Economics alla Alma Mater Studiorum Università di Bologna. Ha ricoperto posizioni in diverse università e centri di ricerca italiani ed esteri.
La sua attività di ricerca verte sui mercati finanziari e le loro interazioni con la macroeconomia, i cui risultati sono pubblicati in riviste internazionali di economia e di finanza.

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Luigi Filippini, ha studiato alla London School of Economics e all’Harvard University. È professore di Economia dell’Innovazione e competitività all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.
I suoi interessi di ricerca vertono su temi di Industrial Organization e teoria della produzione, i cui principali risultati sono pubblicati in riviste internazionali.

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