Colli Piacentini: il futuro dei vini del territorio e le grandi Docg piemontesi protagonisti dell’incontro organizzato, lo scorso lunedì, dal Comune di Ziano Piacentino. Onore al merito per l’Amministrazione guidata dal sindaco Manuel Ghilardelli, attenta al settore più importante per il territorio (Ziano è uno dei Comuni più vitati d’Italia). Ideatore del confronto pubblico è stato il vicesindaco Paolo Badenchini, forte di diversi anni come enologo in Langa, dove ha costruito rapporti con alcuni dei protagonisti del territorio: “Siamo a un punto di svolta epocale”, ha dichiarato introducendo i “tre amici che rappresentano il meglio dei produttori di Langhe e Roero”.
È cosa imminente, infatti, il passaggio alle nuove Denominazioni: non solo l’aggiunta della parola Garantita, dopo Denominazione di origine controllata dell’attuale Doc, bensì la consapevolezza che, alzando l’asticella qualitativa per presentarsi a una clientela sempre più esigente, si ha di fronte una grande opportunità.
L’esperienza piemontese del vino Docg
Dal territorio oggi più noto del panorama enologico italiano, al tavolo dei relatori c’erano Sergio Germano (Cantina Ettore Germano), presidente Consorzio di tutela Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani, col direttore Andrea Ferrero, assieme al omologo piacentino Marco Profumo, presidente Consorzio vini Doc Colli Piacentini.
Con loro, una nutrita platea di produttori, ristoratori, sommelier, operatori del settore e rappresentanti delle istituzioni, tra cui Jonathan Papamarenghi, consigliere provinciale con delega a promozione dei prodotti agroalimentari e dell’enogastronomia. Un parterre che ha seguito le domande del giornalista di Libertà e Ansa Giorgio Lambri e gli interventi di Alessandro Ceretto (Cantina Ceretto – Alba) e Angelo Negro (Cantina Negro – Monteu Roero) vice presidente Consorzio del Roero.
Nuove Denominazioni per i vini Colli Piacentini
Profumo ha illustrato il percorso verso la nuova Denominazione: “Partiamo dai 27 prodotti diversi di oggi, difficilmente identificabili per il cliente, per andare verso una piramide al cui vertice troveremo le Docg Malvasia Fermo o passito e il Rosso Fermo (i Piacenza Bianco Docg e Piacenza Rosso Docg), una sola Doc dedicata a frizzanti e spumanti e la singola Igt Emilia, in luogo delle attuali 3, nella quale far ricadere i vini internazionali e i restanti oggi nella Doc”. La produzione piacentina, per quanto potrebbe arrivare al doppio, conta 3 milioni di bottiglie di vini fermi e 20 di frizzanti: il grosso pertanto resterà vino Doc. Dunque, “non un punto di arrivo bensì uno strumento per privilegiare il valore, promuoverci e attrarre nuovi consumatori”, ha rimarcato Profumo.

Langhe, Roero e Colli Piacentini: le analogie
Pur nell’evidente diversità, i tratti comuni tra i territori non mancano: simile il volume di bottiglie prodotte, “l Barolo e Barbaresco sono passati da 5 milioni di bottiglie nel primo anno della Docg agli attuali 22”, ha ricordato Germano. Piccole aziende anche in Langa: l’80% delle cantine non raggiunge le 50mila bottiglie.
Analogo anche il valore paesaggistico e ambientale dei territori (quello piemontese è addirittura sito Unesco) che “va posto al centro del percorso di promozione del vino”: poter contare sulla bellezza è una garanzia implicita di qualità, ma anche una vetrina importante da sfruttare sapendo pure cogliere le enormi opportunità dell’enoturismo.
“I testimonial del vino piacentino – per i protagonisti del workshop – non devono essere per forza personaggi famosi: da noi in Piemonte lo è il tartufo bianco con gli eventi internazionali a esso legati”. Immediato e spontaneo il richiamo ai nostri coprotagonisti, e cioè i 5 Dop (i tre salumi tipici piacentini e i due formaggi): urge allora un confronto serrato, operativo e sinergico, facendo volano comune tra i vari Consorzi.
Comunicazione sì, ma…
Importante la comunicazione, ma guai a metterla al primo posto. Una buona campagna, anche social, aiuta sì a consolidare l’immagine del tuo brand, ma prima di tutto il prodotto va fatto conoscere in presa diretta al consumatore. Ancora oggi il contatto diretto, quasi porta a porta, è la base: i Ceretto, raccontano, lo facevano oltreoceano da prima dagli anni d’ascesa del Barolo, dopo lo scandalo metanolo e lo slancio dei Barolo Boys negli anni 80; un monito da ascoltare con attenzione, poiché arriva da un territorio capace di esportare l’86% della sua produzione di punta (meno del 5% l’export dei vini piacentini). Ma “anzitutto siate profeti in patria”, permeando le attività di ristorazione e i consumatori locali anche trasmettendo loro la consapevolezza della qualità e del valore delle nostre bottiglie: ognuno sarà ambasciatore di qualità.
Vino e territorio per un unico prodotto turistico
“D’altra parte, la Doc Barolo partì proprio assieme alle Denominazioni piacentine”, ha ricordato Papamarenghi. “Oggi abbiamo la possibilità di recuperare il salto che loro hanno fatto, anche passando alla Docg, negli anni 80; un passaggio che comporta l’impegno forte e convinto di ogni singolo consorziato e delle istituzioni, legando promozione turistica e culturale del territorio a quella delle sue produzioni”. Ceretto, ad esempio, ha restaurato l’iconica cappella tra i vigneti del Barolo (oggi conta 250mila visitatori all’anno) e il Consorzio Roero punta sui i percorsi nelle vigne e appositi pacchetti turistici; ma anche le amministrazioni possono contribuire, come il Comune di Ziano che ha realizzato una suggestiva piazzola panoramica sui colli vitati (nella foto dei relatori in apertura).

Si cresce solo se si lavora assieme
“Il gioco di squadra è tra i produttori che assieme hanno voluto puntare sul territorio per farlo conoscere”; “vinciamo solo uniti, quindi il mio concorrente non è il vicino: tra noi dobbiamo supportarci per crescere assieme. Non esiste zona che cresce se non c’è coesione”; e, andando sul concreto, “soprattutto per il marketing, per promuoverci, serve un’unica visione e unire le risorse economiche”: queste le parole spese praticamente in coro dagli ospiti dell’evento.
“Crediamo fortemente nel concetto di terroir”, hanno aggiunto, rispondendo a un giusto sollecito di Stefano Pizzamiglio (La Tosa). Un concetto che include anche il ruolo dell’uomo, con l’ambizione di rendere riconoscibile nel calice il vino di ognuno, ma tanti stili non significano abbandonare la linea comune; se vendi solo uno stile puoi essere superato da una nuova idea, mentre vendendo un territorio, la sua linea comune, parli della tua anima, della tua identità, che una volta trasmessa è insostituibile.
Suggestioni nel calice
L’incontro, supportato anche dalla dinamica Associazione Sette Colli di Ziano e dalla Strada dei vini e dei sapori dei Colli Piacentini, si è concluso con una degustazione di vini piemontesi e piacentini (soprattutto Gutturnio superiore e Riserva, e Malvasia Fermo: quelli principalmente interessati dal cambiamento del disciplinare), per stimolare non poche riflessioni… inclusa quella sul potenziale d’invecchiamento che anche le nostre bottiglie possono e devono contemplare.








