Giorgia Meloni: se in politica interna la presidente del Consiglio è alle prese con la grana dei contributi agli avvocati per i rimpatri volontari degli immigrati, sul versante internazionale dopo le bordate del risentito Donald Trump le tocca fare fronte anche agli insulti volgari e grotteschi lanciati al suo indirizzo in Russia dagli schermi della televisione pubblica. Si capisce che la leader di Fratelli d’Italia firmerebbe perché i suoi problemi fossero questi. Si tratta, in realtà, di spie di alcune delle vere questioni con cui palazzo Chigi deve fare i conti. Oltre ai conti in senso stretto, naturalmente, con Bruxelles che per un decimale in più del rapporto deficit/Pil ha appena rimandato l’uscita del nostro Paese dalla procedura europea d’infrazione, gelando le speranze governative di politiche minimamente espansive nell’anno elettorale che verrà.
Il pasticcio del contributo ai professionisti forensi per i rimpatri (checché ne dica Meloni, definirlo così è il minimo), non a caso collegato alla conversione in legge del Decreto-sicurezza di febbraio, tradisce la malriposta fiducia della maggioranza di centrodestra nella possibilità di cambiare le cose attraverso nuove norme (scritte male, per di più). Le contumelie di Vladimir Soloviev, al netto delle volgarità, richiamano l’attenzione sulla pendenza della guerra russo-ucraina, ma anche sulle incrinature nel campo sovranista a livello globale. Vediamo distintamente di cosa si tratta.
Tanto rumore, indignazione e affanno per nulla
Partiamo dal contributo ai legali che assistono gli immigrati che intendano volontariamente rimpatriare nei Paesi d’origine. Peggio, forse, di pensare che questa norma passasse e fosse ben vista dalla gente, c’era soltanto credere che si trattasse di qualcosa di seriamente rilevante per il fenomeno dell’immigrazione clandestina. I rimpatri coatti sono stati l’anno scorso poco più di 6mila. Quelli volontari assistiti, invece, sempre nel 2025 sono stati meno di 700. Per capirci: gli immigrati sbarcati sul suolo nazionale l’anno passato sono stati oltre 66mila; non tutti saranno stati irregolari e il mare non è l’unica via di accesso, ma un’idea sull’ordine di grandezza considerando questi numeri dovremmo essercela fatta.
Di fronte a questa situazione, pensare di incentivare gli esercenti una professione così deontologicamente connotata come l’avvocatura a favorire la richiesta di rimpatrio volontario degli immigrati loro assistiti, che cosa poteva sortire? Niente, sul piano concreto. Molto, d’altra parte, su quello della polemica gratuita, speciosa e soprattutto indignata. Un vortice di accuse d’incostituzionalità, immoralità e indecenza ha avvolto l’emendamento parlamentare non opposto dal Governo. E ha fatto entrare in scena la famigerata “moral suasion” del Quirinale, cioè (fuor d’infingimenti) una specie di sanzione presidenziale preventiva delle norme come neanche quella regia successiva prevista per le leggi dallo Statuto Albertino.
Risultato finale? La norma su cui Meloni pretende di tenere il punto verrà snaturata nel suo contenuto, prevedendo che il contributo vada anche ad altre figure professionali (mediatori, cooperanti, e così via) e indipendentemente dal risultato, cioè sia che il cittadino straniero abbandoni il nostro Paese, sia che resti. Per di più, siccome l’ostruzionismo delle opposizioni e la concomitanza con la festività del 25 Aprile rendevano improbo il tentativo di rivotare l’emendamento riformulato con il rischio di decadenza del Decreto-sicurezza, si dovrà ricorrere ad un escamotage. Le Camere approveranno il testo così com’è e contestualmente il Governo adotterà un altro decreto-legge, immediatamente correttivo dell’emendamento esecrato.
Mosca strizza l’occhio ai nostri putiniani
Venendo alle insolenze di Solovev – cioè del Cremlino e di Vladimir Putin – contro la premier italiana, l’interpretazione dell’episodio è più difficile e meno chiara. Partiamo da ciò di cui non si può dubitare: come detto, che gli insulti di Solovev veicolino l’insofferenza della leadership russa per le posizioni del Governo italiano in merito al conflitto ucraino. E soprattutto per le conseguenze in termini geopolitici ed economici, attuali e di prospettiva, della divergenza tra Europa e Russia.
L’Italia non è rilevante, nostro malgrado, sul piano militare e questo non può che condizionarne la capacità di presa sul piano diplomatico. Piuttosto, trattandosi pur sempre di uno dei Paesi più ricchi del mondo e tra i fondatori dell’Unione europea, noi ci meritiamo l’attenzione dei pesi massimi per ragioni di risonanza. Forse è per questo che il Cremlino investe qualcosa nel tentativo d’insinuarsi tra le pieghe propagandistiche della politica italiana.
Sappiamo che tanto l’attuale maggioranza quanto le opposizioni hanno al loro interno singole personalità e addirittura due forze politiche (una per campo) che per ragioni elettoralistiche lasciano intendere che, dipendesse da loro sole, i rapporti con la Russia verrebbero impostati diversamente. La loro credibilità è pari a zero: la Lega sta votando tutti i provvedimenti a sostegno dell’Ucraina, il Movimento 5 Stelle lo ha fatto all’inizio del conflitto finché ha fatto parte della maggioranza del Governo Draghi. Alla prova dei fatti, nessun soggetto politico italiano riesce a non assecondare la politica dichiaratamente europea e in realtà americana di permanente ostilità con la Russia.
A margine, notiamo che Solovev nelle sue farneticazioni ha accusato Meloni anche di un presunto tradimento ai danni di Donald Trump. Dubitiamo che il propagandista russo creda alla favola che i mezzi d’informazione occidentali cercano di veicolare alle nostre opinioni pubbliche e cioè che i presidenti di Usa e Russia siano alleati. O meglio: al di là delle simpatie personali e delle affinità elettive, sono i due Stati a restare rivali se non apertamente nemici. Solovev si rende conto di questo, come anche del fatto che il non coinvolgimento dell’Italia nella guerra americana per conto israeliano all’Iran (alleato di Mosca) non può spiacere a Putin. Forse, visto che il target d’occasione era la premier italiana, Solovev per denigrarla di più ha voluto rifilarle anche l’accusa di ingratitudine verso il suo amico della Casa Bianca.
Inflessibilità ed esitazioni
Gli insulti russi a Meloni speculano sulla fame di visibilità delle formazioni minori delle coalizioni politiche italiane. Tutt’al più, infieriscono sulla rotta a cui il sovranismo globale è costretto soprattutto dalla strategia dell’azzardo continuo di Trump. Nel contempo, sono però una specie di medaglia che la presidente del Consiglio può ostentare sul suo petto, quello di una leader politica che si è spinta a dire che l’aggressione americana all’Iran è stata resa possibile in linea di principio da quella russa all’Ucraina: forse nemmeno gli inglesi, oggi, oserebbero più tanto.
Il pasticcio dell’incentivo a chi favorisce il rimpatrio volontario degli immigrati, invece, tradisce secondo noi la poca lucidità con cui sin qui maggioranza e Governo hanno reagito alla sconfitta referendaria costituzionale del mese scorso. Il centrodestra e Meloni oscillano tra messaggi di estrema accondiscendenza verso l’elettorato (della serie: se avete bocciato la nostra riforma della giustizia, vuol dire che avevamo torto) e i soliti tentativi di spostare questioni di fatto in termini di diritto.
Come per i violenti delle manifestazioni di piazza, così per il business in parte criminale e in parte predatorio dell’immigrazione clandestina bisogna prima di tutto smettere d’incentivarlo. E questo significa non trasformare più lo Stato che ne costituisce il bersaglio in suo favoreggiatore sotto i pretesti del soccorso e dei trattati internazionali. Se si fosse capace di farlo, bene. Diversamente, meglio lasciar perdere per non fare più male che bene. Sta a vedere che il contributo economico finirà pure alle Ong…
Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.







