Donald Trump: fra una settimana, si compiranno sei mesi dal reinsediamento alla Casa Bianca del 47° presidente degli Stati Uniti (era già stato il 45° dal 2017 al 2020). Si tratta di per sé di una frazione modesta del suo mandato di 4 anni. E tutti sappiamo che l’ordalia del consenso che lo attende sarà la consultazione legislativa di Midterm (novembre 2026), in occasione della quale verranno rinnovati 1/3 dei componenti del Senato e l’intera Camera dei Rappresentati (oltre a 36 governatori dei singoli Stati). Si tratterà di uno snodo fondamentale per sapere se il capo dell’Amministrazione si confermerà il rullo compressore che è stato sinora, ovvero si convertirà nella classica anatra zoppa, cioè un presidente quasi dimidiato nella sua influenza dalle snervanti ricerche di compromessi con un Congresso dalla maggioranza ostile.
Sul Midterm del 2026 incombe anche l’ultima trovata del multimiliardario Elon Musk, l’ex grande finanziatore e collaboratore del tycoon, che sta lanciando la sua nuova formazione politica, l’America Party. Il patron di X e di Tesla ha rotto col presidente sul “Big Beautiful Bill”, il maxi programma di tagli alle tasse e aumenti di spesa compensati da riduzioni del welfare, approvato il 4 luglio da Capitol Hill. L’imprenditore dai natali sudafricani punta ora a condizionare dall’esterno la politica dell’ex amico Donald, intanto provando a strappargli qualche seggio alla Camera e poi si vedrà.
Un passo avanti e uno indietro, ma…
Il tratto distintivo degli esordi del secondo mandato trumpiano è senza dubbio l’incertezza. L’ossimoro fa al caso nostro: Trump appare sempre “decisamente indeciso”. I tre principali temi degli esordi del secondo mandato (dazi, Ucraina, Medio Oriente) sono fortemente caratterizzati dal passo avanti e quello indietro. È una constatazione non nuova, che normalmente si accompagna al riconoscimento in capo al presidente del pacchetto del negoziatore: ammiccamenti e seduzioni prima, poi pressioni crescenti sulle controparti, infine il sospirato accordo (possibilmente asimmetrico in favore del suo Paese). Del pacchetto fa parte naturalmente anche il bluff, che il tycoon può alternativamente fare, ovvero andare a vedere presso gli interlocutori. Della strategia complessiva di Trump è parte pure lo stile comunicativo social: compulsivo, ipertrofico, sopra le righe e con qualche sconfinamento nella volgarità.
Indubbiamente, questa prospettiva è utile a spiegare come ha scelto di muoversi the Donald in politica e al vertice delle istituzioni statunitensi, nei rapporti interni e in quelli internazionali. Tuttavia, se ci concentriamo su questi ultimi, parlare solo degli stop and go del presidente Usa e delle apparenti contraddizioni delle sue posizioni rischia di farci perdere di vista un punto fondamentale, che è la posizione di forza da cui muove Donald Trump in quanto presidente degli Stati Uniti d’America. Sarà vero che il multipolarismo e la crescita di nuove potenze riducono la centralità dell’America, sarà vero che quest’ultima è impegnata nella riconfigurazione delle proprie priorità strategiche dall’Atlantico al Pacifico, sarà vero che Trump ha fatto grande eco all’isolazionismo del Paese profondo.
Gli Usa, nondimeno, sono e resteranno ancora a lungo la nazione più influente al mondo sul piano economico, politico-diplomatico e militare. Quello che vogliamo dire è che Trump apporta senz’altro al suo secondo mandato il proprio stile, forgiato nell’esperienza dell’imprenditore e del finanziere; però, la sua vera forza sta nell’essere alla guida degli Stati Uniti. Mettiamola così: anziché il soft, il tycoon preferisce l’hard power e soprattutto la sua ostentazione, ma il mondo subisce l’influenza americana più o meno come con Biden, che era una colomba anziché un falco.
Dazi su e dollaro giù
Nel merito delle scelte politiche, il presidente Trump sta marcando alcune discontinuità anche piuttosto rilevanti rispetto ai suoi predecessori. Per esempio, dimostra di considerare un’assoluta priorità la riduzione dello squilibrio della bilancia commerciale a stelle e strisce e vive quasi come un’ossessione il ricorso all’imposizione dei dazi per ottenerla. Ci sono diversi dubbi anche sul fatto che quest’ultima possa rivelarsi un’arma a doppio taglio, tipicamente con fiammate inflazionistiche sul mercato interno.
C’è poi il problema della contraddizione tra il favore per il deprezzamento del dollaro, che è assolutamente funzionale all’espansione dell’export Usa e l’irritazione per l’aumento dei rendimenti dei Treasury, i titoli di Stato con cui gli Usa finanziano il proprio enorme debito pubblico. La dinamica del rapporto tra i due fenomeni è economicamente regolare. Forse, Trump tiene una condotta volutamente equivoca perché l’indebolimento della divisa è sempre anche una questione di prestigio e un politico con l’ego smisurato come il suo riterrà di non potersi mostrare indifferente alla circostanza.
Israele per amore e Ucraina per forza
Dei versanti internazionali abbiamo già parlato più volte e sinora non ci sono stati segni di sostanziale novità nella strategia trumpiana. Il che significa: pressoché completa copertura alle politiche dello Stato d’Israele (quali che siano) e ambiguità (apparentemente vera) nelle relazioni con la Russia invasore dell’Ucraina. Parliamo di ambiguità che sembra autentica perché non possiamo sapere se Trump sia davvero intenzionato al reset completo dei rapporti con Mosca, se lo lasci semplicemente intendere per ragioni elettorali interne, ovvero se condivida anche personalmente la politica di logoramento russo per interposte Nato e Ucraina, che è quella del Deep State e della tradizione statunitense.
Per certo, anche solo il mancato incontro personale con Vladimir Putin (al netto delle cautele sui suoi passati rapporti finanziari russi) segnala la volontà di Trump di perpetuare lo stallo, ovvero l’impossibilità di superarlo. Sembra siano attese nei prossimi giorni, se non nelle prossime ore, novità in chiave anti-russa, come nuovi invii di armi americane a Kiev a carico degli alleati Nato e, soprattutto, sanzioni ai Paesi che sostengono l’economia di guerra di Putin (Cina e India).
In Medio Oriente, il contenimento dell’Iran (attraverso lo scontro con Israele e il rallentamento del programma nucleare dopo i bombardamenti statunitensi sui siti di arricchimento dell’uranio) è in continuità con la politica del primo mandato. L’isolamento degli sciiti a favore dell’Arabia Saudita capofila dei sunniti è funzionale alla normalizzazione dei rapporti tra lo Stato ebraico e l’oceano mussulmano in cui quest’ultimo è immerso. La lacerazione di Gaza e la piaga della Cisgiordania continuano, però, ad infettare il presente e così anche il futuro della regione.
L’antidoto Maga
La politica interna, insieme alla guerra commerciale internazionale, è l’altro ambito in cui il tycoon sta sprigionando tutto il potenziale della sua carica innovatrice (o distruttiva, a seconda dei sostenitori ovvero dei detrattori). Commentando la seconda elezione di Trump, la salutavamo come il suo trionfo sul politicamente corretto. Sono invece molti a vedere già in atto una torsione autoritaria, ovvero almeno illiberale del sistema.
Il nostro parere è che si tratti di allarmi infondati, oltreché interessati. A parte la considerazione filosofica per cui il potere assoluto non esiste (nemmeno nei regimi dittatoriali uno decide davvero per tutti), il sistema Usa è molto bilanciato per un insieme di ragioni. Anche solo la sua struttura federale esclude quella centralizzazione che è la precondizione di qualsiasi ipotesi autoritaria. Semmai, è la tecnocrazia a spaventare a fronte delle possibilità che l’intelligenza artificiale potrebbe spalancare. L’allontanamento di Musk dalla Casa Bianca può essere la rondine che non fa primavera. Staremo a vedere se il fenomeno Maga, esecrato come tra i più rozzi dei populismi, si rivelerà un antidoto prezioso alla disumanizzazione della politica nella principale potenza mondiale.
Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.







