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Divorzio nel caos: tutta la verità sul disegno di legge Pillon

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In alto, il senatore Simone Pillon (foto del profilo Twitter)

Divorzio: dopo la presentazione del disegno di legge Pillon sull’affido condiviso dei minori, la confusione regna sovrana. Padri che chiamano gli avvocati per bloccare gli assegni alle ex mogli. E madri che telefonano preoccupate ai loro legali perché ne temono le conseguenze. Ma facciamo un passo indietro e vediamo come stanno le cose.

Divorzio: un po’ di storia

Fino ad oggi in Tribunale le mogli erano la parte forte. Figli affidati alla madre nel 95% dei casi. E con l’affido dei figli, toccava alla moglie anche la casa coniugale con tutto il suo contenuto. Se il povero marito riusciva ad uscire di casa portando con sé rasoio e pedalini poteva dirsi fortunato.

La situazione sul divorzio non è cambiata con l’introduzione dell’affido condiviso del 2006. Al di là della modifica formale, i figli erano sempre o quasi della mamma, a maggior ragione se di pochi anni. E con i figli affidati, era inevitabile che la madre, figura “debole” nella società, quella che guadagna meno e che spesso non lavora affatto, ricevesse assegni anche importanti. Tanto che, soprattutto negli ultimi anni, sono comparse le prime notizie di padri ridotti alla miseria dagli assegni divorzili.

Le sentenze Grilli e Berlusconi

Poi è arrivata la sentenza Grilli (la 11504 del 2017) che ha dato l’addio al “tenore di vita” al quale agganciare l’assegno divorzile. Immediatamente seguita dalla sentenza Lario/Berlusconi (la 4793 della Corte d’Appello di Milano) che ha annullato l’assegno da 1,4 milioni di euro al mese che il Sire di Arcore doveva alla ex moglie Miriam Bartolini (in arte, Veronica Lario).
Come se non bastasse, nel 2018 arriva la mazzata: con la sentenza numero 18287 del luglio scorso le Sezioni Unite della Cassazione ribadiscono la natura “strettamente assistenziale” dell’assegno di divorzio, confermando il precedente indirizzo.

Pillon e soci

Ma non finisce qui. È dei primi di agosto il deposito in Senato del disegno di legge sull’affido condiviso dei minori. Ed è subito bagarre. Simone Pillon, portabandiera del provvedimento, è un avvocato di Brescia. Classe 1971, è uno dei fondatori del Family Day, lotta da sempre contro l’aborto, le unioni civili e i diritti di gay e Lgbt. Specializzato in diritto di famiglia e cattolico fervente, è colui che ha consigliato a Salvini l’ormai famoso comizio col rosario in piazza Duomo a Milano. Vorrebbe dissuadere le coppie dal divorzio e ha recentemente affermato che “esiste una lobby gay che punta al reclutamento omosessuale”.

I firmatari del ddl sono però anche 5 senatori pentastellati (Michele Giarrusso, Angela Piarulli, Grazia D’Angelo, Elvira Evangelista e Alessandra Riccardi). E oltre a Pillon altri 3 colleghi leghisti (Massimo Candura, Emanuele Pellegrini, Andrea Ostellari). Cosa vuol dire? Che probabilmente in entrambi i gruppi che compongono l’attuale maggioranza c’è condivisione sul provvedimento.
Ma vediamolo nel dettaglio, partendo dal fatto che un disegno di legge non è ancora una legge, ma lo può sempre diventare.

Divorzio e ddl Pillon: i punti salienti

Mediazione famigliare: finora la materia famigliare-minori è sempre stata di stretta competenza dei giudici. Il Ddl introduce invece la figura del “mediatore”. Figura che dovrà essere iscritta ad un albo professionale e avrà il compito di “responsabilizzare” i genitori alla loro delicata funzione. Dovranno essere esperti. Dunque psicologi dell’età evolutiva, forse giuristi specializzati e pochi altri. I genitori in lite dovranno rivolgersi obbligatoriamente a loro prima di ricorrere al Tribunale. I mediatori devono risolvere la questione entro 6 mesi. Sennò la parola ritornerà ai giudici.

Ma la vera novità è contenuta negli articoli centrali (dall’11 al 14) che prevedono una sorta di bi-genitorialità perfetta. A meno che i giudici ritengano la prospettiva “contraria all’interesse dei minori” si dovrà privilegiare l’affido condiviso. Ma non come ora, col figlio affidato alla madre e col diritto del padre di vederlo un fine settimana su due. Proprio con tempi paritetici: mezza settimana a casa del padre e mezza a casa della madre. A questo punto, conclude Pillon, come Cristoforo Colombo aveva fatto col famoso uovo, se i figli stanno metà tempo con la madre e metà col padre, nessun assegno per il loro mantenimento sarà dovuto.

Disegno surreale

In certi punti il ddl Pillon veleggia tra l’assurdo e il surreale, come quando prevede l’ascolto da parte del giudice del minore che ha superato i 12 anni (c’è già). O come quando “attribuisce al giudice il potere di ordinare al genitore che abbia tenuto la condotta pregiudizievole per il minore la cessazione della stessa condotta”. E secondo il senatore Pillon il giudice non ha già oggi questo potere?

Social, stampa e minoranza

Ovviamente, nel nostro mondo dominato dai social e dalle fake news, il ddl Pillon ha avuto l’accoglienza delle grandi occasioni: mariti che si rivolgono in massa agli studi legali chiedendo a gran voce la modifica delle condizioni di separazioni e divorzi dopo aver letto solo la parte che riguarda l’abolizione degli assegni. E diventano molto più guardinghi quando si dice loro che, in cambio, dovranno “ospitare” il figlio minore per metà del tempo, portandolo a scuola, in palestra, a dottrina, alla festa di compleanno o al saggio di fine anno. Ma molti non credono che si tratti solo di una proposta di legge e così invitano l’avvocato ad “informarsi meglio perché al bar mi hanno detto che…”.

Stupisce invece il sostanziale favore col quale importanti testate hanno accolto un disegno di legge così controverso: “Con la riforma Pillon maggior benessere per i figli” (Repubblica 11 settembre), “Il Ddl Pillon è un pericolo. Per le tasche degli avvocati” (Il fatto quotidiano, 11 settembre).
Qualche rara voce della minoranza invece si leva contro il Ddl: Maurizio Martina, Susanna Camusso, Laura Boldrini. Ma l’opposizione è talmente sfilacciata che fa fatica addirittura a farsi sentire, in attesa che il Parlamento affronti davvero questa spinosa vicenda.

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